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domenica 8 gennaio 2023

Encanto (Encanto)

 


60° lungometraggio Disney


fonte: Disney Compendium

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Encanto ha una struttura un po’ diversa rispetto ai lungometraggi animati del periodo: non racconta un grande viaggio, né ha gli elementi del tipico buddy movie. L’intera narrazione si svolge all’interno di uno stesso edificio, con qualche sbirciata sul villaggio e sulle zone montuose circostanti. Eppure, il film non risulta monotono o asfittico: i variopinti scenari colombiani e il fatto che il setting sia una villa senziente, capace di aprirsi su un gran numero di stanze magiche che ampliano di continuo l’orizzonte visivo, compiono un vero e proprio miracolo, regalando al film un dinamismo senza pari. La casita in questione ospita i dodici membri della Famiglia Madrigal, otto dei quali sono stati benedetti da un dono, un potere magico che sottolinea e accentua le loro personali inclinazioni. Mirabel, la protagonista, è l’unica in tutta la generazione corrente a essere nata senza alcun potere ma con un forte senso di inadeguatezza, reso ancor più difficile dall’atteggiamento freddo della nonna Alma, matriarca di casa Madrigal. Sebbene l’intero cast sia composto da figure positive, tra i membri della famiglia non mancano segreti e piccoli silenzi, dei non detti capaci di aprire delle crepe vere e proprie tra le mura della casa, indebolendone la struttura e compromettendo il miracolo che la sostiene.  

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Non c’è alcun dubbio che Encanto faccia della sua colonna sonora il vero e proprio fulcro dell’intera esperienza. Se per quanto riguarda la partitura strumentale troviamo accreditata quella stessa Germaine Franco che aveva firmato per Pixar la musica di Coco, tutte le canzoni sono invece farina del sacco di Lin-Manuel Miranda, vero e proprio nume tutelare del progetto. Già famoso per lo spettacolo di Broadway Hamilton, che ripercorreva a ritmo di hip-hop la storia di uno dei padri fondatori degli Stati Uniti, Lin Manuel aveva già lavorato a più riprese per la casa del Topo, interpretando ruoli in Mary Poppins Returns e DuckTales e firmando la splendida colonna sonora di Moana. Pur avendo portato a casa un risultato di tutto rispetto, il Miranda di Moana aveva preferito procedere in punta di piedi e col freno a mano tirato, per non interferire troppo con la robusta tradizione del musical disneyano. In Encanto questo non succede e Miranda si lascia totalmente andare all’ispirazione, mescolando insieme generi diversissimi, osando dove possibile e confezionando un vero e proprio baccanale animato.

  • The Family Madrigal. Quella che nel linguaggio del musical viene spesso definita l’happy village song serve a settare il tono e a presentare l’ambientazione del film. Miranda inizia a osare sin dai primi minuti, costruendo una sequenza musicale volutamente esagerata, una vera e propria lezione che Mirabel impartisce ai ragazzi del villaggio sull’albero genealogico dei Madrigal, elencando i personaggi, spiegando i loro poteri e le loro relazioni di parentela. Si tratta di esposizione purissima, una vera e propria sfida che Miranda pone all’attenzione dello spettatore, e una maledizione per qualsiasi responsabile dell’adattamento in altre lingue, data la difficoltà dello star dietro ad una tale energia. Il genere qui citato è il vallenato, che man mano che il brano prosegue con maggior velocità si trasforma in un concitato rap, in cui l’associazione tra musica e immagine crea un dirompente effetto umoristico. Vengono inoltre anticipate alcune note del tema della nonna, Dos Oroguitas, che ritroveremo poi eseguita più tardi nel film, con un ritmo molto differente.
  • Colombia, Mi Encanto. Cantata da Carlos Vives, leggenda del pop colombiano, è l’unica canzone non diegetica della colonna sonora, un brano dance/pop perfetto per essere estrapolato e trasformato in un singolo da passare in radio. Nel film la sentiamo ben due volte: accompagna la festa organizzata in onore del piccolo Antonio all’inizio, e la ritroviamo più tardi a introdurre i titoli di coda. Chiassosa e trascinante, esprime alla perfezione l’energia creativa che il film è in grado di sprigionare. Le immagini che la accompagnano durante la cerimonia mettono in mostra la meravigliosa gamma cromatica, aiutano a fidelizzare ancor più con i vari componenti della famiglia e permettono alla telecamera di librarsi nel cortile della casita. Un’introduzione a dir poco mirabile alle meraviglie del film.
  • Waiting for a Miracle. Si tratta della tradizionale i want song con cui la protagonista racconta agli spettatori il suo senso di inadeguatezza. Qui Miranda passa a un altro genere tipicamente colombiano, il bambuco, e si diverte a sottolineare l’alienazione di Mirabel raccontandola attraverso la variazione ritmica. Il pezzo infatti, tra tutte le canzoni, è l’unico scritto con un ritmo ternario (6/8 in partitura) e questo lo discosta del resto dei brani in scaletta, accentuando la sensazione che Mirabel risulti “fuori tempo” rispetto al resto dei suoi familiari. Raccontare attraverso la musica permette di indurre percezioni sottotraccia e aumentare l’efficacia dell’impianto narrativo, una lezione tipica del cinema disneyano che Miranda dimostra di saper ampiamente sfruttare.
  • Surface Pressure. Con la canzone della poderosa Luisa inizia l’indagine di Mirabel all’interno del mondo interiore dei suoi familiari. Qui è di scena il reggaeton, altro genere latino che Miranda infila arditamente all’interno del canone filmico disneyano, condendolo con un po’ di hip hop. La sequenza è una fantasia visiva fatta di gag dinamiche, che mostrano la povera Luisa reggere sulle spalle il peso del mondo intero, con un uso del colore a dir poco aggressivo. Uno dei pezzi più orecchiabili e visivamente appaganti, non stupisce che, dopo Bruno, si sia rivelato il brano di maggior successo dell’intera partitura.
  • We Don’t Talk About Bruno. Esistono casi, benché rari, in cui il grande successo di un’opera giunge inaspettato e innesca un rinnovamento culturale in grado di spalancare le porte ad una maggior comprensione di una determinata forma d’arte. Difficilmente un tempo ci si sarebbe aspettati che una cupa villain song, venata di umorismo nero, avrebbe superato in popolarità certi pezzi da novanta del genere musical come i temi d’amore e le i want song. La stessa Disney ha sempre spinto per la candidatura agli Oscar di ben altri temi, confermando e incoraggiando molti stereotipi del cinema musicale. Poi un brano come questo diventa la hit principale della loro discografia, scavalcando capolavori come Let It Go e d’un tratto appare chiaro quanto l’orizzonte narrativo del musical disneyano sia più ampio del previsto. We Don’t Talk About Bruno è un brano corale in cui i diversi esponenti della famiglia Madrigal offrono la loro testimonianza sulle presunte malefatte del misterioso zio Bruno. Miranda realizza qui un collage definitivo di salsa, guajira, folk cubano, hip hop e dance, mentre uno dopo l’altro i personaggi si esibiscono in siparietti sempre più ispirati, fino a far convergere tutto in un climax caotico e sfrenato. L’umorismo è ai massimi livelli, come anche l’animazione, i colori e luci rendono accattivante ogni frame e la telecamera si inclina in maniera ardita, regalando allo spettatore il punto di vista del corpo di ballo. Cosa più importante di tutte, quanto avviene sulla scena è assolutamente radicato nella storia, traendo forza dall’intreccio e galvanizzando a sua volta l’impianto narrativo. Non stupisce che la sequenza abbia avuto l’effetto di catturare l’attenzione di un pubblico così grande. Probabilmente la miglior mossa di marketing involontario di cui il cinema disneyano potesse beneficiare.
  • What Else Can I Do?. La gemella di Surface Pressure è invece il canto di liberazione di Isabela, l’altra sorella di Mirabel, costretta dalla pressione familiare a interpretare il ruolo della ragazza d’oro ma con il desiderio represso di dar sfogo alla sua creatività. Il brano giunge in fase molto avanzata della narrazione, forse addirittura tardi, quando in genere si raccolgono le fila di quanto seminato fin lì. Miranda però decide di non sottostare ad alcun limite e di alzare ulteriormente la posta in gioco aggiungendo al menu una ballata rock in stile Shakira, accompagnata da una sequenza di immagini cromaticamente chiassose, in cui Isabela si diverte a creare scenari botanici improbabili e vagamente aggressivi.
  • Dos Oroguitas. Questa lenta e romantica ballata viene eseguita fuoricampo dal cantautore Sebastiàn Yatra e lasciata completamente in spagnolo. Il motivo è che lo stesso Miranda voleva che sembrasse un brano folk preesistente, per far da cornice ideale allo struggente flashback della nonna. Sullo schermo scorrono immagini di una delicatezza incredibile, mentre viene raccontata una storia d’amore, di felicità e di perdita. Il sentimento è davvero ai massimi livelli, e viene supportato da un’animazione e un piglio recitativo di un’intensità fuori scala. La scena in cui Alma rivela di aspettare tre gemelli, la fuga dal villaggio in piena guerra civile, la morte del marito raccontata attraverso il volto straziato dal dolore della moglie, tutto è ai massimi livelli e dimostra la grande maturità artistica raggiunta dalla CGI disneyana. Dos Oroguitas rappresenta il nucleo emotivo di Encanto e aggiunge un’altra importante pagina alla storia dell’animazione Disney.
  • All of You. Il trionfale numero musicale che chiude Encanto rappresenta l’ultimo colpo di coda di un Lin-Manuel Miranda sempre più su di giri. Si tratta di un gigantesco medley in cui vengono ripresi tutti i brani introdotti fino a quel momento e fusi insieme per ottenere qualcosa di nuovo e diverso. Come nella canzone d’apertura, Miranda procede a gran velocità e bisogna davvero fare attenzione al gran numero di concetti, gag e sorpresine varie che vengono messe in bocca ai personaggi, allo scopo di concludere ciascun arco narrativo. Si riesce a trovare spazio proprio per tutti, raccogliendo la semina musicale sparsa fin qui (c’è addirittura un riferimento a Let It Go) e rilanciando addirittura con strofe nuove che entrano a gamba tesa nel territorio del rap. Miranda da un lato osa e sfida continuamente le aspettative dello spettatore, dall’altro dimostra di saper usare benissimo gli strumenti a sua disposizione, mettendo ogni singolo tema musicale pienamente al servizio della narrazione generale.
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BluRay - Encanto

martedì 5 gennaio 2021

Frozen 2 - Il Segreto di Arendelle (Frozen 2)

 

Anno 2019

58° lungometraggio Disney

fonte: Disney Compendium

[...] L’origine dei poteri di Elsa era il principale quesito lasciato insoluto dal primo film. All’epoca si ritenne che il dettaglio non avesse bisogno di ulteriore sviluppo, ma adesso questo mistero irrisolto poteva essere il punto di partenza per dare ai due capitoli la coesione di cui c’era bisogno. Nel film il gruppo di protagonisti si mette in viaggio per sventare un’apparente rivolta degli elementi naturali, e raggiunge la Foresta Incantata, dimora del popolo indigeno dei Northuldri. Nel corso dell’avventura si arriverà a una comprensione più profonda della natura di Elsa, e verranno rivelati i segreti celati nel passato del regno di Arendelle e della loro famiglia. Per raggiungere le numerose verità che le attendono, Anna ed Elsa dovranno immergersi completamente nella mitologia di quelle terre, stabilendo una connessione con i quattro spiriti elementali della tradizione norrena.
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BluRay -  Frozen II - Il Segreto di Arendelle

I Racconti dello Zio Tom (Song of the South)

 

fonte: Disney Compendium

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Song of the South è ambientato in Georgia durante l'Era della Ricostruzione, il periodo della storia americana immediatamente successivo alla Guerra di Secessione. Il protagonista è il piccolo Johnny (Bobby Driscoll), che si trasferisce nella piantagione della nonna insieme alla madre, separandosi per un certo periodo dal padre che lavora come giornalista ad Atlanta. Ad aiutarlo ad affrontare questa difficile situazione familiare è proprio il saggio e carismatico Zio Remo, un ex schiavo nero, che grazie alle sue storie di Fratel Coniglietto diventerà una figura di riferimento per il bambino. [...] 

Sin dai tempi della sua uscita il film ha suscitato però diverse polemiche. Nel corso dei decenni il dissenso è cresciuto a tal punto da trasformare la pellicola in un motivo di vergogna per la stessa Disney Company, che ha preferito non rieditarlo in dvd e blu-ray. Alla base della controversia ci sarebbe il fatto che i rapporti fra i neri e i loro ex padroni vengono riletti in chiave positiva, mostrando un'immagine idilliaca e dunque distorta di quella che era invece la situazione delle campagne all'indomani della Guerra di Secessione. Per queste ragioni, Song of the South viene ad oggi ritenuta una pellicola negazionista, e di conseguenza offensiva per gli afroamericani. [...] 

- La prima delle tre favole animate dello Zio Remo viene raccontata a Johnny nella sua prima notte alla piantagione, per distoglierlo dai suoi propositi di fuga. Il piccolo desidera infatti ricongiungersi con il padre, e per ammansirlo Remo finge di volersene andare anche lui. Si tratta chiaramente di un uso vincente della psicologia inversa, e infatti nella storia narrata Fratel Coniglietto decide di lasciare la sua casa per andare in cerca di fortuna, salvo poi pentirsene dopo un incontro con il suo nemico per eccellenza, Comare Volpe. La sequenza dura otto minuti ed è introdotta dal bellissimo numero musicale Zip-a-Dee-Doo-Dah, in cui vediamo lo Zio Remo muoversi allegramente nel suo mondo animato di fantasia, interagendo con molti animali parlanti, prima di lasciar spazio a Fratel Coniglietto. [...] 

- Con i suoi dodici minuti di durata, Fratel Coniglietto e il Pupazzo di Pece è il segmento animato più lungo del trittico. Questo episodio centrale è anche la più celebre tra le favole di Fratel Coniglietto e nel film viene narrato a Johnny e al suo nuovo amico Toby, un ragazzino nero che si aggira per la piantagione, per insegnare loro come sfruttare a proprio vantaggio una situazione particolarmente incresciosa. Come la precedente, anche questa sequenza è introdotta da un numero musicale, How Do You Do?, nel quale vediamo lo Zio Remo interagire con Fratel Coniglietto, rimproverandolo bonariamente di non aver ancora messo la testa a posto. Il personaggio è infatti una simpatica canaglia, dall'atteggiamento spavaldo, scanzonato e irresponsabile. [...] 

- La terza e ultima favola è anche la più breve di tutte. Dura infatti soltanto cinque minuti, e viene raccontata a Johnny e alla sua amichetta Ginny (Luana Patten), per consolarli dopo una festa di compleanno andata storta. Nella storia questa volta non è presente lo Zio Remo, ma si inizia in medias res, una scelta decisamente originale: Fratel Coniglietto è infatti già prigioniero dei suoi due nemici e deve giocarsi il tutto per tutto pur di non finire in pentola. L'unico modo per cavarsela è far leva ancora una volta sull'ottusità di Compare Orso, promettendogli di portarlo in un posto speciale, chiamato Trastuliolà (Laughing Place) dove, secondo Fratel Coniglietto, si crepa dalle risate. [...] 

 

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VHS - I Racconti dello Zio Tom 

domenica 17 maggio 2020

Susie, the Little Blue Coupé






Anno 1952


fonte: Disney Compendium
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Nel corso della storia vediamo Susie passare di mano in mano, andando incontro a condizioni di vita sempre più sgradevoli. Particolarmente interessante è la correlazione tra la personalità dell'acquirente e quella di Susie, che ne viene di volta in volta intaccata: quando viene guidata dal suo primo proprietario la coupé è pimpante ed entusiasta, mentre in possesso di un barbone ubriaco anche Susie circola alticcia. Si tratta di un cortometraggio davvero intelligente, ma a suo modo deprimente, dal momento che l'arco narrativo inizia dal concessionario e finisce irrimediabilmente con lo sfasciacarrozze. È presente un lieto fine, certo, e infatti vediamo, nella conclusione, Susie venir ricomprata da un ragazzino che la modificherà completamente, trasformandola in un'auto da corsa. Tuttavia questo non cancella del tutto la tristezza, dando l'impressione che Susie sia salva solo per questa volta, e si stia solo rimandando l'inevitabile.
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VHS - Topolino Amore Mio
 

sabato 16 maggio 2020

Topolino e il Cervello in Fuga (Runaway Brain)



Anno 1995

fonte: Disney Compendium
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Pur adottando dopo tanti anni questo formato, non si può certo dire che Runaway Brain ricalchi la struttura dei corti più tradizionali, basati su una storia semplice e numerosissime gag. In meno di otto minuti la storia raccontata riesce a mantenere il respiro di un kolossal d'azione, dimostrando un'ottima capacità di gestione dei ritmi(...).
In cerca di guadagno facile per festeggiare il suo anniversario con Minni, Topolino si ritrova suo malgrado nelle mani di uno scienziato pazzo che scambia il suo cervello con quello di un enorme “pietride” simile al mostro di Frankenstein. L'ovvia conseguenza è quella di ritrovarsi con un'inquietante versione ferina di Topolino, e con il vero Topolino imprigionato nel corpo di un gigantesco Gambadilegno. Dopo una corsa a perdifiato per le strade della città le cose verranno sistemate, e non mancherà l'occasione di omaggiare King Kong quando Topolino, tornato nei suoi panni, dovrà salvare Minni dal mostro, in un'esaltante sequenza d'azione sulla cima di un grattacielo.
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VHS - I Capolavori di Topolino


lunedì 19 agosto 2019

Il Ritorno di Mary Poppins (Mary Poppins Returns)




Anno 2018

fonte: Disney Compendium
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Mary Poppins Returns si svolge ventiquattro anni dopo il film originale, e racconta appunto il ritorno della bambinaia a Cherry Tree Lane. Si tratta della sua seconda missione di salvataggio a casa Banks, questa volta per risollevare dalla depressione la versione adulta di Michael, padre di tre pargoli, vedovo da un anno e con una pesante ipoteca sulla casa di famiglia. Sebbene la morte della moglie e le difficoltà dovute alla recente crisi economica offrano alla storia degli spunti non di poco conto, questi vengono sviluppati secondo schemi narrativi piuttosto convenzionali. La vera attenzione è riservata alle sequenze musicali, organizzate secondo una scaletta che ripercorre con minime variazioni la struttura del predecessore. Ogni numero, pur ereditando il ruolo di una sua controparte storica, risulta di per sé pregevole e sufficientemente originale a garantire allo spettatore un buon grado di intrattenimento.
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Qualsiasi debolezza di natura narrativa non trova riscontro nell'aspetto visuale del film, assolutamente di prim'ordine. La ricostruzione della Londra di inizio secolo eguaglia la bellezza dei matte painting di Peter Ellenshaw che diedero tanto fascino all'originale, e risulta pienamente riuscita anche la replica dei vecchi set come Cherry Tree Lane, che vengono mostrati da angolazioni un tempo impossibili. Un discorso a parte merita la lunga sequenza animata (una ventina di minuti) che eredita il ruolo che fu della vecchia Jolly Holiday. I protagonisti si ritrovano infatti a viaggiare in un mondo di animali antropomorfi situato all'interno di un vaso di porcellana, e per l'occasione si torna a far un uso massiccio di animazione tradizionale. Sebbene la Disney Company si sia lasciata alle spalle da tempo la forma d'arte che aveva contribuito a inventare, le regole del nostalgia marketing sono chiare e impongono che si replichino in toto gli antichi sapori. Si ricorre così alla manodopera del Duncan Studio, un'unità esterna fondata dall'ex animatore disneyano Ken Duncan, in cui trovano spazio molti altri nomi illustri come James Baxter o Sandro Cleuzo.
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Gli animali antropomorfi che popolano la sequenza riproducono il feeling dell'originale, ma non risultano sterili cloni dello stile xerografico anni 60. Anziché replicare il tratto spigoloso del tempo che fu, si sceglie di adottare una linea tonda e più fluida, ottenendo un risultato molto diverso da quello del primo Mary Poppins.
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La colonna sonora è senza dubbio il fiore all'occhiello di Mary Poppins Returns. Gli autori sono Marc Shaiman e Scott Wittman, due artisti che prima d'ora non avevano mai dato il proprio contributo alla tradizione musicale disneyana, ma che si dimostrano perfettamente in grado di raccogliere il testimone che fu dei fratelli Sherman. A differenza del primo film, qui le canzoni sono “soltanto” nove, ma costituiscono una scaletta varia e decisamente interessante.
  • (Underneath the) Lovely London Sky - Questa romantica e trasognata sequenza musicale apre il film, anticipando persino l'ouverture dei titoli di testa. A cantarla è un ispirato Lin-Manuel Miranda nel ruolo dell'acciarino Jack, maestro di cerimonie col compito di introdurre lo spettatore nella giusta atmosfera. La scena è davvero riuscita e trasmette pace, mentre la Londra della Grande Depressione, immersa nella nebbia del primo mattino, è a dir poco affascinante. Jack si pone in tutto e per tutto come erede di Bert, e la sua canzone di conseguenza ricorda molto la gloriosa Chim Chim Cher-ee, anche nel suo venir ripresa più volte nel corso del film.
  • A Conversation - Non uno dei brani di punta del film, eppure un pezzo di rara eleganza e sensibilità. Eseguita da Ben Whishaw nei panni di Michael Banks, è il suo tenerissimo dialogo a senso unico con il ricordo della moglie defunta. Grazie alle note di un malinconico carillon, riesce in un colpo solo a rendere omaggio a The Perfect Nanny, la canzone che Michael cantava da bambino, e – per opposizione – al tema di suo padre, The Life I Lead.
  • Can You Imagine That? - Contrapposto idealmente al celebre A Spoonful of Sugar, il primo impatto di questa nuova Mary Poppins in casa Banks è assolutamente convincente. Come nel film originale, il suo tema è una marcetta, diversa dalla prima, ma così mimetica nello stile da sembrare frutto dello stesso parto creativo. Orecchiabile, leggiadra e accattivante, Can You Imagine That?, onora pienamente lo spirito irriverente della sua interprete: il testo infatti sminuisce sarcasticamente la fantasia e la creatività, col solo scopo di provocare nei bambini una reazione opposta. La sequenza è interessante anche sul piano visivo: questa volta ad essere trasformato in un gioco è il lavarsi, e la fantasia marittima che ne scaturisce ricorda alla lontana Pomi D'Ottone e Manici di Scopa (1971).
  • The Royal Doulton Music Hall - Il nuovo Jolly Holiday. Ritmo rilassato e una buona orecchiabilità per il brano che introduce la lunga e bellissima sequenza animata dallo studio di Ken Duncan. Non è la canzone qui il piatto forte, ma il comparto visivo, la linea dinamica che descrive gli animali, la colorazione brillante e il modo in cui l'intero ambiente è stato modellato, caldo e morbido nei tratti, ma senza dimenticare quella sensazione di durezza data dalla porcellana. Belli i personaggi, specialmente il lupo che fa da controparte animata del banchiere Wilkins (Colin Firth), e il design del cavallo, fortemente disneyano. Curiosamente, in una delle prime stesure si era pensato di mettere in scena la sequenza dello Chimpanzoo, proveniente dai libri della Travers, ma scartata già ai tempi del primo film.
  • A Cover Is Not The Book - Il numero di varietà del Royal Doulton Music Hall riporta al centro della scena l'abilità di Miranda e della Blunt, che pur in un contesto di animali antropomorfi non si fanno minimamente oscurare. Ad accompagnarli sono nuovamente dei pinguini animati, questa volta diversi tra loro e con un design decisamente più espressivo. La formazione teatrale di Marshall e dei talenti coinvolti qui si vede tutta, e pur rimanendo contenuto in un solo ambiente non proprio enorme, si fa un ottimo utilizzo dello spazio scenico. Il testo presenta una serie di aneddoti e vicende narrate con brio e umorismo dai due attori protagonisti, provenienti dal corpus della Travers, e invitano a non fermarsi mai all'apparenza. Di certo non una morale particolarmente innovativa, ma sempre valida e soprattutto maggiormente interconnessa con la trama generale rispetto al suo archetipo Supercalifragilisticexpialidocious.
  • The Place Where Lost Things Go - Uno dei brani più belli del film, la ninna nanna che Mary canta ai figli di Michael per aiutarli a superare il lutto per la madre e che avrà più tardi un reprise cantato proprio dai bambini. Ottimo il testo, evocative le metafore, incisiva la melodia. La canzone raccoglie il testimone sia di Stay Awake, sia di Feed the Birds. Probabilmente non raggiunge i fasti di quest'ultima, ma di sicuro supera l'altra, collocandosi già fra i migliori esempi di musica disneyana. Uno dei momenti più toccanti del film.
  • Turning Turtle - L'ingaggio di Meryl Streep nel ruolo della cugina dell'est di Mary Poppins sembra ovviamente rievocare il personaggio dello Zio Albert (Ed Wynn) e la sequenza I Love to Laugh, proseguendo così il gioco delle corrispondenze tra i due film. La Streep fa un ottimo lavoro e musicalmente parlando il brano è simpaticissimo, anche se la coreografia che lo accompagna manca un po' di respiro. Il sapore balcanico della canzone le conferisce un'identità molto precisa, e il suo ruolo di parentesi stravagante e umoristica aumenta l'effetto di trovarsi di fronte a una canzone perduta degli Sherman.
  • Trip a Little Light Fantastic - Se Step in Time era stato l'inno alla libertà intonato dagli spazzacamini, qui tocca agli acciarini condurci nella parte più tetra di Londra, tra buio e nebbia. Il sapore derivativo è innegabile, l'esecuzione ottima. La coreografia che si ha all'interno della piazzetta con i lampioni e la fontana è decisamente meno ariosa rispetto alla scatenata danza sui tetti, e manca quel senso di divertimento esagerato, tuttavia l'idea del linguaggio degli acciarini è ottima. Più tardi, quando entrerà in scena un Dick Van Dyke novantenne ma dal carisma intatto, si avrà un reprise della canzone, brevissimo ma addirittura più incisivo.
  • Nowhere to Go But Up - Dopo il lieto fine, l'epilogo gioioso si ha nella sequenza della signora dei palloncini, interpretata da una tenerissima Angela Lansbury, a sua volta “reduce” della tradizione disneyana dei musical a scrittura mista (Pomi D'Ottone e Manici di Scopa). La canzone dovrebbe rievocare Let's go Fly a Kite ma finisce per ricordare invece lo Human Again di Alan Menken e Howard Ashman, segno di come l'anima di Broadway in questi lunghi anni abbia permeato l'estetica disneyana. La scena che mostra l'intero cast ritrovare la propria leggerezza volando nel cielo con dei palloncini osa parecchio in termini di sospensione dell'incredulità, e qua e là potrebbe risultare stucchevole. A ben vedere però si mantiene piuttosto in linea con la filosofia e i valori portati dal film, e in ogni caso a controbilanciare tutto c'è l'amara constatazione che, in ogni caso, l'indomani “gli adulti dimenticheranno”.
Importante segnalare infine il contributo di Richard Sherman nel ruolo di consulente “passivo”: l'anziano compositore si è infatti limitato ad approvare il lavoro svolto dai suoi successori, senza grosse interferenze sul piano creativo. E ascoltando il risultato è facile capire perché. Tutte e nove le canzoni si mimetizzano alla perfezione nello “stile Sherman”, senza però risultare delle sterili imitazioni.
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BluRay - Il Ritorno di Mary Poppins
  

sabato 17 agosto 2019

Ralph Spacca Internet (Ralph Break the Internet)



Anno 2018
57° lungometraggio animato

fonte: Disney Compendium
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Ralph Spacca Internet racconta l'odissea di Ralph e Vanellope all'interno del World Wide Web. Alla ricerca di un pezzo di ricambio per il cabinato di Sugar Rush, i due esplorano il mondo internettiano, scoprendo alcune cose su loro stessi che li segneranno per sempre. I primi minuti della pellicola, ambientati alla sala da gioco Litwak, appaiono un po' derivativi: una rimpatriata come tante ne abbiamo viste nel cinema animato di questi anni. Ma quando i due arrivano finalmente in rete, la storia spiega le ali, mettendo in atto tutto il suo potenziale. Sembra quasi un film a sé: lo spettatore viene travolto da una carrellata di trovate ingegnose, che riescono a tradurre in immagini concrete le dinamiche digitali a cui veniamo quotidianamente sottoposti. I motori di ricerca, ebay, i social network, lo spam e persino il dark web con i suoi virus vengono rappresentati in modo arguto, dando della rete un'immagine equilibrata, a metà strada tra luce e ombra. Grandi orizzonti, grandi potenzialità, ma anche tentazioni, vanità, pigrizia e odio gratuito: il film affronta svariati aspetti del fenomeno mostrandocelo per quel che è, senza per questo cadere nel vuoto moralismo.
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BluRay - Ralph Spaccainternet 

domenica 3 giugno 2018

A Pesca (Gone Fishing)



Anno 2017
fonte: Disney Wiki
Some of the animation seen in the short was intended to be used as a trailer for Moana. However, as direction changed, the idea was scrapped. It was later decided that the already-completed animation would be used and expanded upon to create a new, standalone short.

On Motunui, Maui tries to catch a fish with his magical fishhook, only to be comically foiled by the ocean.





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BluRay - Oceania

Testa o Cuore (Inner Workings)



Anno 2016

fonte: Disney Compendium
[...]

La storia segue il protagonista durante una sua giornata tipo, e ci mostra come il nostro corpo reagisca ai diversi stimoli a cui viene di continuo sottoposto. Al centro di tutto c'è chiaramente la classica lotta tra il cuore, che vorrebbe spingere Paul su un sentiero “edonista”, e il cervello, che invece lo richiama all'ordine, trascinandolo verso il noioso lavoro d'ufficio ed evitandogli ogni piacevole distrazione.
Sebbene questo genere di tematiche fosse stato già ampiamente sviscerato sia nel corto del '43 che nel recente film Pixar, Inner Workings si distingue dai predecessori mettendo in scena dinamiche del tutto diverse: è chiaro da subito come il tutto questa volta funzioni in un modo più “fisico”, spingendo quindi nettamente sul pedale dello slapstick e della comicità sfrenata. E quando la storia arriva alla sua naturale conclusione, ci si accorge che Inner Workings ha decisamente qualcosa da dire. Anzi, ha molto da insegnarci su come riuscire a sopravvivere al logorìo di un lavoro monotono.
 A sorprendere questa volta è lo stile visivo: Inner Workings è un corto in CGI dai colori vibranti, che però tenta una strada differente da quella che i WDAS hanno seguito finora. A predominare è la stilizzazione, con personaggi assolutamente esagerati [...]


La stessa cosa avviene da sempre in Pixar, specialmente nei film diretti da Pete Docter, e non si può negare che Paul presenti una forte somiglianza con il Carl Friedricksen di Up (2009).
Non bisogna però scordare che prima ancora che alla Pixar, agli studi Disney questa strada stilistica era già stata intrapresa, specialmente in quei lontani anni 50, epoca in cui stilizzazione, animazione limitata e forme geometriche erano di uso comune. Non stupisce quindi che Inner Workings qua e là voglia onorare le sue radici: il cervello di Paul infatti “visualizza” spesso i rischi che il suo padrone può correre tramite delle divertentissime scenette in animazione tradizionale.[...]

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BluRay - Oceania


sabato 2 giugno 2018

Oceania (Moana)



Anno 2016
56° lungometraggio animato

fonte: Disney Compendium
[...] una storia del tutto nuova, di ambientazione polinesiana. Era la seconda volta che lo studio si immergeva in quelle atmosfere dopo Lilo & Stitch (2002) e la prima in cui si poteva finalmente esplorare la mitologia di quei luoghi. Durante il viaggio documentativo, i registi scoprirono che per un intero millennio le esplorazioni di quei luoghi erano misteriosamente cessate. L'idea alla base di Moana fu quindi spiegare in che modo la navigazione riprese, costruendo su questo enigma un'avventura scanzonata con una nuova protagonista femminile. [...]

La vicenda narrata è davvero molto semplice: la giovane Moana lascia il suo villaggio e parte alla ricerca di Maui, perché possa aiutarla ad “aggiustare” l'oceano, reso oscuro e mostruoso a causa di un pasticcio combinato dal semidio mille anni prima. Negli ultimi tempi ai Walt Disney Animation Studios si sono compiute notevoli sperimentazioni sul fronte narrativo, arrivando a toccare anche tematiche insolite o delicate: Big Hero 6 era un film sull'elaborazione del lutto, Zootopia aveva un sottotesto politico, mentre Frozen parlava di autorepressione e offriva una rilettura realista del concetto di amore. Diverso è il caso di Moana, che sembra invece adagiarsi su binari decisamente più classici e collaudati: si tratta di una robusta avventura, ricca di buone trovate e di sense of wonder, ma ossequiosa delle formule già codificate dalla Disney negli ultimi tre decenni. La stessa protagonista non è attanagliata da particolari dilemmi, se non da una semplice sete di avventura e libertà che la porta a voler scoprire cose c'è oltre il reef, e questo la avvicina più alla semplicità di Ariel piuttosto che alla complessità di Elsa e Rapunzel.
Quello che agli occhi di un certo tipo di pubblico potrebbe sembrare un passo indietro in termini di spessore narrativo, non è altro che il riconfermarsi della cifra stilistica di Musker e Clements[...]


La colonna sonora di Moana vede la collaborazione di un terzetto di artisti d'eccezione. Mark Mancina (Tarzan, Brother Bear) ha realizzato la partitura strumentale, mentre le canzoni vere e proprie sono state scritte dal polinesiano Opetaia Foa'i e da Lin-Manuel Miranda, artista poliedrico divenuto di recente molto famoso a Broadway grazie al musical Hamilton. Se il primo si è occupato soprattutto dei brani etnici, è al secondo che spettava il compito più arduo: raccogliere il testimone che fu di Alan Menken. Come già accaduto con i coniugi Lopez in Frozen, il bersaglio viene ottimamente centrato, regalando a Moana una colonna sonora molto valida.
  • An Innocent Warrior - La prima sequenza musicale di una certa lunghezza altro non è che la rielaborazione di un brano scritto anni prima da Opetaia Foa'i. I toni sono quelli di una dolce ninna nanna, che descrive il primo incontro tra Moana e l'oceano che “la sceglie”, cambiando per sempre il suo destino.
  • Where You Are - Con questo pezzo Miranda porta Broadway nel Pacifico. È la quintessenza dell'happy village song, ovvero il genere di canzone in cui viene presentato lo status quo che l'eroe dovrà poi cambiare. È un brano orecchiabile e leggero, che accompagna la fondamentale sequenza in cui vediamo la crescita di Moana. Funziona molto bene anche nel suo presentare la famiglia e gli animali domestici della protagonista.
  • How Far I'll Go - Non poteva mancare un'I want song per la protagonista. Non si tratta di uno dei testi più originali di sempre, e il desiderio di fuga di Moana è un qualcosa di visto più volte nella filmografia disneyana. Però musicalmente parlando è uno dei brani più intensi della storia dei Classici, la cui melodia “prepotente” entra nelle orecchie e nel cuore per non uscirne mai più. Non è strano che il pezzo ritorni più volte nel film, prima in un corposo reprise per poi riaffiorare ancora una volta durante il climax finale e in versione pop nei credits.
  • We Know the Way - Uno dei tocchi più originali di questa colonna sonora è la presenza di una controparte dell'happy village song iniziale. Se Where You Are ci mostrava un popolo ormai ripiegato su sé stesso, ecco che qui con un magico espediente si viene proiettati in un lontano passato per scoprire che la gente di Moana un tempo esplorava e navigava. Si tratta di una sequenza potente, suggestiva e che viene ulteriormente valorizzata dalla sua speciale collocazione, in grado di donarle un velo di malinconia. Anche di questo pezzo è presente un reprise, che chiude trionfalmente il film.
  • You're Welcome - La canzone di Maui è davvero uno dei momenti musicalmente più alti. Si tratta del siparietto che presenta il semidio, e quindi non risparmia di fare humor sulle “tall tales” che lo riguardano, un po' come avveniva con le leggende americane ai tempi di Walt. È qui che i tatuaggi animati hanno il maggiore screen time, e l'atmosfera si fa davvero molto surreale. L'animazione del Mini Maui ricorda inoltre per certi versi la canzone dell'Appresto di Winnie the Pooh (2011), anch'essa ideata da Goldberg. Il brano è inoltre davvero trascinante e senza dubbio fra i più orecchiabili dell'intera pellicola. Non stupisce che sia presente in versione pop anche nei titoli di coda.
  • Shiny - Qualche tempo fa il Nostalgia Critic, parlando di All Dogs Goes to Heaven (1989) coniò la definizione di Big Lipped Alligator Moment per indicare una sequenza musicale così bizzarra e inaspettata da sembrare del tutto fuori posto nel contesto del film. A una prima occhiata Shiny potrebbe rientrare facilmente in questa categoria, eppure rimane uno dei momenti più spettacolari e affascinanti. La sua originalità è data dal fatto che il brano accompagna... un combattimento. A cantare è il crostaceo Tamatoa, che i protagonisti affrontano per recuperare l'uncino magico di Maui, e le sensazioni che la canzone riesce a trasmettere sono davvero particolari. Ipnotica e in grado di far venire il mal di mare, Shiny riesce a “colpire” col suo stesso ritornello: quando Tamatoa pronuncia questa parola girando su sé stesso, i suoi avversari vengono abbagliati e storditi da una violenta esplosione di luce. Sono queste singolari associazioni tra musica e immagini a costituire il succo dell'estetica disneyana.
  • Logo Te Pate - Un'altra canzone polinesiana scritta da Opetaia Foa'i, e usata per accompagnare la sequenza in cui Maui insegna finalmente a Moana a navigare. È il pezzo più allegro e scoppiettante dell'intera pellicola, un'infusione di adrenalina che non potrà non rimanere impressa.
  • I Am Moana (Song of the Ancestors) - Un duetto davvero particolare, dato che consiste in una combinazione di due brani precedentemente ascoltati. La prima parte infatti è un reprise di Where You Are mentre la seconda riprende il tema principale di Moana ovvero How Far I'll Go. Il modo in cui i due pezzi si combinano insieme portando la ragazza a riconciliarsi con sé stessa e col proprio retaggio mostra tutta l'organicità della narrazione musicale disneyana, in cui le canzoni sono elementi della narrazione, capaci di mescolarsi all'occorrenza.
  • Know Who You Are - Pur trattandosi di un mero reprise in lingua inglese di An Innocent Warrior, il brano polinesiano che apriva il film, questo brevissimo pezzo merita una certa attenzione perché costituisce un elemento di novità. Se prima si tendeva a mettere da parte le canzoni in vista dello scontro con l'antagonista, qui il cantato lambisce e potenzia lo stesso climax finale, espandendo a 360° l'idea di narrazione in musica da sempre base del cinema disneyano.

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domenica 20 maggio 2018

Le Avventure di Olaf (Olaf's Frozen Adventure)



Anno 2017

fonte: Disney Compendium
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Nei suoi venti minuti di durata Olaf's Frozen Adventure racconta una storia molto semplice. È il primo Natale da quando Arendelle ha riaperto le porte e Anna e Elsa si accorgono con dispiacere di non avere una propria tradizione familiare. Olaf decide di porvi rimedio andando a intervistare tutte le famiglie del regno per raccogliere idee. Lo spunto di partenza è decisamente pretestuoso, tuttavia l'esito finale e la rivelazione a cui la trama conduce ha senso e carica il personaggio di Olaf di un significato che nel film originale veniva appena accennato. In un certo senso Olaf's Frozen Adventure è la risposta a chi all'epoca vide nel pupazzo una spalla comica forzata e priva di significato.
Lo stile narrativo WDAS è come sempre compatto, dinamico e reso fluido dalla sua anima musical. Questo è di certo molto importante al fine di evitare quello sgradevole effetto “serie tv” che può scaturire dal vedere i personaggi di un lungometraggio incastrati nel classico formato di mezz'ora. Eppure il rischio non viene scongiurato fino in fondo. Come accaduto già con Frozen Fever, le perplessità sorgono anche qui. Frozen era un film di un certo registro, a tratti drammatico, con una storia ben precisa e in grado di veicolare dei contenuti non banali. Prendere un universo narrativo così concepito e limitarne il respiro, ridimensionandone ogni sfaccettatura e riconducendolo agli stilemi della favola natalizia, non è un'operazione indolore. È un compromesso che può funzionare in alcuni casi, ma far storcere il naso in altri, apparendo come una banalizzazione, sia pur di qualità.
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Nell'ottica di riprodurre in piccolo ogni caratteristica importante di Frozen, anche questo mediometraggio viene concepito come un musical. La partitura strumentale vede il ritorno di Christophe Beck, aiutato qui da Jeff Morrow. Per quanto riguarda le canzoni, ce ne sono quattro, scritte non dai Lopez, bensì da due esordienti assolute in campo disneyano: Elyssa Samsel e Kate Anderson. Si tratta di una colonna sonora di buon livello, che ha avuto pure l'onore di essere venduta su CD, strategia insolita per un mediometraggio.
  • Ring in the Season - Uno dei migliori brani è la canzone di apertura di Anna ed Elsa, che stabilisce il tono del film sin dai primissimi minuti. La sequenza mostra i muscoli del reparto animazione, mettendo al centro dell'attenzione le due figure femminili, fiore all'occhiello della CGI dei WDAS.
  • The Ballad of Flemmingrad - Kristoff non ha un ruolo molto ampio nel film, per cui si ricava questa breve particina comica, in cui lo vediamo tessere le lodi della propria tradizione natalizia. È un momento molto breve, quasi trascurabile, tuttavia nel CD lo stesso brano è presente anche nella “versione tradizionale”, decisamente più estesa.
  • That Time of Year - Il brano centrale del film è affidato ad Olaf. That Time of Year accompagna la sequenza musicale che racconta il suo vagare per le case del regno, a caccia di tradizioni natalizie. Musicalmente parlando, si tratta di una canzoncina semplice semplice, ma la sequenza è quella che più di tutte offre motivi di interesse. Gag a profusione, una carrellata di situazioni varie e fantasiose, e soprattutto una curiosa parentesi animata... in forma di ricamo, con i personaggi composti da “pixel” in stoffa. Sicuramente il momento più creativo.
  • When We're Together - Visivamente suggestiva ma musicalmente abbastanza convenzionale, la sequenza musicale conclusiva è corale e raccoglie quanto seminato nei minuti precedenti.
A tutto questo va aggiunto che sia Ring in the Season, sia That Time of Year hanno un loro reprise, che va ad aumentare decisamente il minutaggio dedicato alle sequenze cantate. Non che una percentuale così elevata di momenti musicali sia un male in sé, anzi. L'impressione è però che si sia voluto stipare molto in poco tempo, senza dare alle canzoni i tempi tecnici per essere introdotte in modo adeguato. Un problema che al dire il vero attanagliava anche il primo Frozen, in cui i brani iniziavano spesso in modo dirompente e improvviso. [...]

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DVD - Frozen Le Avventure di Olaf 





sabato 7 gennaio 2017

Zootropolis (Zootopia)



Anno 2015
55° lungometraggio animato


fonte: Disney Compendium
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Sin dall'apertura, il film spiega allo spettatore con molta chiarezza le regole di questo mondo. Per la prima volta il concetto di animale antropomorfo non viene dato per scontato, ma illustrato e giustificato in modo efficace: siamo in una realtà in cui gli animali hanno abbandonato i loro istinti primordiali, evolvendo in modo analogo agli esseri umani. Questi ultimi sono del tutto assenti dal film. La storia si focalizza sui mammiferi, lasciando da parte gli uccelli, gli insetti e i pesci, che si suppone facciano ora le veci degli “animali effettivi”. In questa utopia animale non è però tutto roseo, e rimane traccia delle antiche rivalità: gli ex predatori vengono visti con diffidenza, e le ex prede difficilmente riescono a vincere le loro inibizioni e a imporsi nella società. La protagonista è Judy Hopps, una coniglietta poliziotta che tenta disperatamente di emergere in un ambiente dominato da animali di grossa taglia. A farle da spalla in questa sua prima indagine troviamo la volpe Nick Wilde, una simpatica canaglia che vive di espedienti e che la accompagnerà con riluttanza alla scoperta della verità.
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La trama è piuttosto semplice, ma si articola attraverso due fasi distinte: nella prima l'indagine viene solo parzialmente risolta, per lasciar spazio ad un sorprendente “lato b” in cui la narrazione e i contenuti acquisiscono una maggior profondità. Il caso su cui Judy si ritrova a indagare è infatti strettamente connesso con il tema stesso del film: una strana epidemia sta riportando alcuni animali allo status selvaggio, privandoli del loro antropomorfismo. Con molta intelligenza, Howard e Moore usano il genere giallo come mezzo per affrontare pienamente l'idea base, sviscerandola come mai prima d'ora era stato fatto in casa Disney. Le riflessioni a cui questo conduce non sono per niente banali: la paura del diverso, il razzismo e il pregiudizio indotto da agenti esterni, tematiche già affrontate in Pocahontas (1995) e Il Gobbo di Notre Dame (1996), vengono qui ricondotte al nostro secolo. Sequenze come quella in cui il ghepardo pacioccone Clawhauser viene trasferito dalla reception all'archivio per evitare un danno d'immagine al corpo di polizia, o quella in cui vediamo una tigre giocare col tablet in metropolitana mentre una madre coniglia tira verso di sé il proprio cucciolo con diffidenza, mostrano situazioni molto vicine al nostro vissuto e quindi alla sensibilità attuale. In un momento storico come quello che stiamo vivendo, in cui l'allarme terrorismo ha profondamente mutato la nostra società, un film come Zootopia dimostra di aver molto da dire e di sapere come dirlo.
(...)
in Zootopia è presente una sequenza musicale. Si tratta chiaramente di un “contentino”, abitudine che è entrata in uso allo studio già da un po' di tempo: Il Pianeta del Tesoro (2002), Bolt (2008) e Big Hero 6 (2014), pur non essendo dei musical, contenevano tutti un numero musicale, rimarcando in questo modo la loro appartenenza alla tradizione disneyana. A cantare il brano questa volta troviamo Shakira, coinvolta nella produzione a tal punto che gli autori hanno inserito nella storia un personaggio da farle doppiare: la cantante-attivista Gazelle. Questa figura non si limita solo ad essere una marchetta, ma ha un ruolo anche nella trama, dato che il suo esibirsi con un corpo di ballo formato da muscolosi tigroni la mette al centro della polemica contro i predatori. Inoltre, la presenza di una diva pop a cui i personaggi fanno spesso riferimento, aiuta a irrobustire l'illusione di trovarsi in un mondo cesellato in ogni dettaglio.
  • Try Evererything - La canzone cantata da Shakira è sicuramente molto notevole. La possiamo ascoltare per intero nella strabiliante scena in cui vediamo Judy arrivare in città, percorrendo i diversi quartieri a bordo della metro, e trascinando così lo spettatore all'interno di questo suggestivo affresco animale. Al di là delle immagini, bisogna riconoscere che anche il testo è veramente valido, e rappresenta un invito a non demordere, perseverando malgrado le mille difficoltà che la vita ti pone innanzi. È una morale che potrebbe apparire scontata, ma non lo è affatto e rappresenta uno dei punti focali di quel modo di pensare ottimista, da sempre alla base della filosofia disneyana. Si tratta inoltre di una delle tematiche principali del film, visto che riguarda da vicino Judy e la sua lotta per emergere in una società ancora piena di pregiudizi. La canzone è presente nel film anche una seconda volta, ovvero all'inizio dei titoli di coda, nella scena in cui vediamo i personaggi al concerto di Gazelle, e offre così agli animatori il pretesto per mostrarci le belle coreografie di questa Shakira animata.


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domenica 21 agosto 2016

Frozen Fever (Frozen Fever)



Anno 2015

fonte: Disney Compendium
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Per il cortometraggio venne richiamato in servizio l'intero team produttivo di Frozen, dai registi ai compositori, passando per ogni singolo animatore al lavoro sul classico originale. In un primo momento si pensò di rendere protagonista Olaf, la cui natura di spalla comica ben si adattava alle dinamiche slapstick di uno short, come aveva dimostrato il teaser trailer con cui Frozen era stato presentato al mondo nell'estate del 2013. Ben presto ci si accorse che sarebbe stato un errore: il cuore del film erano Anna ed Elsa, ed erano loro che il pubblico avrebbe amato rivedere. Si preferì dunque realizzare un corto corale e focalizzato ancora una volta sul rapporto tra le due sorelle, anziché ripercorrere i fasti del pur bello Tangled Ever After.
È il compleanno di Anna e, per compensazione, Elsa desidera regalarle la giornata perfetta che in passato non ha mai avuto, ricoprendola di regali e attenzioni. Paradossalmente però Elsa prende un raffreddore, che nel suo caso si traduce nella creazione incontrollata di un esercito di “fratellini” di Olaf, che prendono vita ad ogni starnuto. Sebbene un presupposto così spiccatamente comedy possa apparire bizzarro e fin troppo frivolo per un prodotto con la pretesa di “continuare” Frozen, non bisogna dimenticare che non si tratta di un sequel bensì di uno short, formato in cui storicamente sono lo humor e il minimalismo a predominare. Di certo non è una distinzione così immediata, giacché Frozen Fever non presenta elementi tipici dei corti derivativi: l'intero cast principale infatti è ben presente, e di conseguenza il corto riceve una promozione di prim'ordine, con tanto di merchandising a tema, venduto nei Disney Store.

A ricordarci la sua natura di “scherzo” è però la particolare colonna sonora, che nella miglior tradizione disneyana permea l'intera struttura dell'opera. Se si escludono le due brevissime sequenze dialogate in apertura e chiusura, l'intero Frozen Fever altro non è che un lungo videoclip musicale, che ci presenta una canzone nuova di zecca, firmata ancora una volta dai coniugi Lopez.
  • Making Today a Perfect Day - I due compositori riprendono in mano le prime note di Life's Too Short, canzone tagliata da Frozen, e si dirigono da tutt'altra parte. Il risultato è Making Today a Perfect Day, un lungo e trascinante brano che accompagna l'intera durata del “giorno perfetto” organizzato da Elsa per la sorellina. Si può dire che quanto avviene sullo schermo è infatti una deliziosa rappresentazione in piccolo delle tematiche del film originale: nel tentativo di fare del bene alla sorella, Elsa finisce per sacrificare sé stessa e la propria salute, senza rendersi conto che ciò che Anna desidera di più è prendersi cura di lei. Ma c'è di più. Lo stratagemma del filo di lana, che Anna si ritrova a seguire per tutta Arendelle, imbattendosi nei vari regali che Elsa le farà trovare sulla strada, è una fonte infinita di gag visive e di riferimenti a Frozen. Siamo di fronte ad un revival in piena regola: che si tratti di Oaken, Hans e Marshmallow, oppure di porte aperte, biciclette e argute citazioni (sandwiches!), praticamente ogni personaggio, scenario o leit-motiv del primo film viene qui sapientemente ricollocato. In questo virtuoso gioco a incastro in cui musica, parole e immagini compongono un unico cocktail estetico, non passa certo in secondo piano l'animazione. Da tempo ormai la CGI dei WDAS ha trovato una strada per animare la figura umana, permettendosi quegli stessi virtuosismi che caratterizzavano l'animazione tradizionale. In Frozen Fever questo si sente. Il fatto che l'intero team di animatori del lungometraggio sia ora all'opera su un corto di sette minuti aumenta la densità artistica del tutto: dalla tenera scena del risveglio di Anna fino alla dolce conclusione, le due ragazze volteggiano sulla scena con bellissime coreografie, dimostrando costantemente il livello di cura con cui questi artisti ne hanno cesellato le movenze. (...)

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Rapunzel - Le Incredibili Nozze (Tangled Ever After)



Anno 2012

fonte: Disney Compendium
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Tangled Ever After è un gioiello. Il matrimonio di Rapunzel e Flynn è solo il pretesto che scatena tutt'altro. I fan Disney più tradizionalisti avrebbero di certo preferito che ci si focalizzasse sulla cerimonia, ma la cosa sarebbe stata una stupidaggine, che avrebbe finito per rendere forzato, ridondante e narrativamente molto povero l'intero cortometraggio. Fortunatamente la scena la rubano immediatamente Maximus e Pascal, le spalle animalesche, che perdono le fedi nuziali e innescano quella che è probabilmente la miglior sequenza d'azione slapstick mai partorita dai Walt Disney Animation Studios. Perché in effetti non è la cornice con la voce narrante di Flynn o l'entrata in scena della Rapunzel brunetta, a rendere tanto riuscito questo corto, bensì la regia, più dinamica che mai. Di azione slapstick il cinema d'animazione CGI ne ha avuta tanta in questi anni, pure troppa, ma qui la cosa non è affidata a personaggi sguaiati, bensì a due animali totalmente muti, che riportano in vita la pantomima tanto cara a Norman Ferguson e a Walt Disney. Howard e Greno compiono un'operazione molto più sottile di quel che sembra: prendono Pluto, lo ripuliscono dei tempi morti che all'epoca ne ammazzavano la comicità, e caricano all'inverosimile l'assurdità delle situazioni, restituendoci il perfetto corrispettivo moderno della comicità che da sempre ha caratterizzato la produzione cortometraggistica disneyana. E il risultato è assolutamente esaltante, dal momento che, disastro dopo disastro, si ha un crescendo, un sempre più improbabile climax distruttivo di proporzioni epiche che rende a dir poco esilarante il finale, cosa che ai tempi di Pluto non succedeva.
Insomma, a dispetto di quello che a prima vista si potrebbe pensare, Tangled Ever After è un autentico corto per intenditori, che porta una delle più trascurate tradizioni Disney nel nuovo millennio, in una forma assolutamente vincente e universale.

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Tick Tock Tale



Anno 2010

fonte: Disney Compendium
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Inizialmente avrebbe dovuto accompagnare l'uscita nelle sale de La Principessa e il Ranocchio (2009), poi si pensò di abbinarlo a Rapunzel (2010). Il suo destino fu però ancora diverso: venne infatti proiettato durante alcuni festival di animazione, per venire poi brutalmente archiviato, lasciando così il 50° Classico Disney privo del suo antipasto designato. I motivi non sono chiari, ma probabilmente vanno ricondotti alla scarsa dimestichezza dello studio con una prassi che fino a quel momento era in uso solo alla Pixar.
(...)
Tick Tock Tale racconta una storia molto semplice: siamo a Londra e nella bottega di un orologiaio vediamo la merce prendere vita sugli scaffali, dimostrando di avere una spiccata personalità. A distinguersi è una piccola sveglia, presa in giro dai suoi simili a causa del suo aspetto fuori dall'ordinario: dalla sua “testa” spunta infatti un pupazzetto in abiti tirolesi pronto a suonare i campanelli producendo un ridicolo jingle. Sebbene tale protagonista venga discriminato dagli altri altezzosi orologi, ben presto riuscirà a dimostrare il suo valore, impedendo un furto nel negozio proprio grazie al suo “handicap”. Si tratta quindi della classica storia di riscatto, intrisa di quella filosofia ottimista tipicamente disneyana, che invita a trasformare i propri punti deboli in punti di forza. La narrazione è minimalista ma assai raffinata e le tematiche ricordano per certi versi i primi corti pixariani, in cui erano protagonisti proprio gli oggetti di uso comune, antropomorfizzati all'occorrenza.
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Lorenzo (Lorenzo)



Anno 2004

fonte: Disney Compendium
L'idea alla base di Lorenzo affonda le sue origini negli anni 40, quando l'animatore veterano Joe Grant, dopo aver visto il proprio gatto lottare contro la sua coda, decide di proporre questo spunto al suo team. In quel periodo lo studio era al lavoro anche su Destino, il famoso progetto che avrebbe dovuto unire i talenti di Walt Disney e Salvador Dalì. Entrambi i cortometraggi vennero però accantonati, per esser ripresi solo sessant'anni dopo, per volere del grande Roy Disney. Il nipote di Walt aveva appena portato a termine Fantasia 2000 e stava già progettando un terzo film che non si limitasse solo alla musica classica, ma lambisse anche altri generi. Di questo nuovo set di brani avrebbero dovuto far parte, oltre a Destino, anche One by One e The Little Matchgirl, tuttavia il progetto venne abortito a causa delle nuove strategie dirigenziali. I quattro segmenti citati vennero tuttavia completati e furono così distribuiti come cortometraggi indipendenti, ognuno con modalità diverse.
A curarsi di Lorenzo fu Mike Gabriel, che si sobbarcò quasi interamente il compito di riesumare il progetto occupandosi della storia, della regia e anche del particolarissimo look che il corto avrebbe dovuto sfoggiare. La trama è chiaramente elementare, eppure deliziosamente cinica, tanto da ricordare a tratti le sagaci animazioni del warneriano Chuck Jones. Lorenzo è un grasso gattone viziato che se la ride dalla vetrina di un locale, mentre i felini affamati del circondario lo guardano disperati. A punire la sua vanità penserà un misterioso gatto nero, che attraverso un maleficio trasformerà la sua coda vaporosa in un essere vivente e dotato di una volontà propria. Da quel momento in poi il corto si tinge di surreale e ci mostra il povero Lorenzo sballottato qua e là dalla sua stessa coda, costretto suo malgrado a danzare di continuo. A ritmo di musica, vedremo la sua frustrazione crescere a livelli incontrollati, fino alla fatale e sofferta decisione di assassinare la sua persecutrice. (...)

La diatriba tra il gatto egoista e la sua coda ribelle avviene sulle note di un tango argentino selezionato da Mike Gabriel, Bordoneo y 900, scritto da Osvaldo Ruggiero e riarrangiato per l'occasione da Juan José Mosalini e la sua Big Tango Orchestra. L'idea di inserire un tango, sebbene eseguito da un'orchestra, è in linea con il progetto originario di Fantasia 2006, ovvero quello di espandere gli orizzonti, non limitandosi solo alla musica classica. È un vero peccato che un simile capolavoro abbia avuto un percorso distributivo tanto accidentato: Lorenzo venne infatti completato nel 2004 e proiettato al Florida Film Festival di quell'anno, salvo poi uscire brevemente nelle sale abbinato alla commedia Quando Meno Te Lo Aspetti (Raising Helen). Da quel momento in poi il corto sparì dai radar della Company e nessuno ebbe più la fortuna di vederlo, se si esclude un breve trailer riassuntivo che per lungo tempo è circolato sul web. Fortunatamente nel 2015 Lorenzo venne finalmente editato all'interno del Blu-ray antologico dedicato ai corti WDAS dell'epoca moderna e dunque nuovamente “sdoganato”, permettendo a una nuova generazione di appassionati di gustarsi la macabra vicenda del gattone edonista.

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John Henry




Anno 2000

fonte: Disney Compendium
(...) John Henry è un mini-musical di pochi minuti, che racconta la storia di un ex-schiavo nero, così bravo nell'utilizzo del martello da riuscire a superare in velocità una macchina nella costruzione di una ferrovia. Come buona parte delle precedenti leggende americane, anche questa ha un finale agrodolce, che vede il possente eroe morire stremato, dopo aver conquistato, grazie alla sua impresa, le terre su cui andranno ad abitare i suoi compagni. Questo racconto di riscatto sociale dice moltissimo della storia americana di quegli anni, e viene narrato con una tale passione e un così grande trasporto da parte di Mark Henn (qui alla sua prima prova da regista) che pare di assistere alla versione ridotta di un lungometraggio Disney anni 90. I personaggi sembrano infatti uscire da un classico d'animazione di quegli anni, e fra questi si distingue Polly, la bellissima moglie di John Henry, che non ha assolutamente niente da invidiare alle altre eroine uscite dalla matita di Henn, costituendo una sorta di antecedente immediato di Tiana.
L'animazione di John Henry è stata ottimamente realizzata nell'unità di Florida degli studios, nell'intervallo di tempo tra la lavorazione di Mulan e Lilo & Stitch. Visivamente il corto presenta uno stile molto particolare, che mischia influssi differenti provenienti dall'animazione Disney anni 50 e 60. I paesaggi hanno le proporzioni sghembe tipiche di Mary Blair, e il look spigoloso di Eyvind Earle, mentre cromaticamente alcuni influssi arrivano persino dall'arte di Van Gogh. Le linee che descrivono i personaggi sono inoltre volutamente sporche, per restituire l'effetto puramente grafico tipico dell'epoca Xerox. Ci sono infine un paio di sequenze maggiormente stilizzate, raccontate tramite decorazioni su una trapunta: sono l'antefatto, e la fondamentale sequenza musicale in cui gli amici di John Henry intonano la sua theme song, celebrandone le imprese e continuando la tradizione americana delle esagerazioni su cui si basa il concetto di tall tales.
La colonna sonora vede Stephen James Taylor alle strumentali e Gary Hines e Billy Steele alle canzoni, cantate dal gruppo The Sounds of Blackness. La musica riveste infatti un ruolo molto importante in John Henry e consiste in un tripudio ininterrotto di cori gospel, che caratterizzano splendidamente questo piccolo ma organico musical, capace di passare dal triste al gioioso quasi senza soluzione di continuità. È indicativa di tutto questo la sequenza finale, che riesce ad essere festosa e a trasmettere positività persino dopo averci mostrato la morte del protagonista. Per quindici lunghi anni John Henry è stato tristemente dimenticato dal pubblico e dalla Disney stessa, almeno fino alla sua inclusione all'interno del Blu-ray antologico dei corti WDAS, uscito nel 2015. L'inserimento fu a dir poco doveroso, dato che il corto meritava quanto prima di esser riscoperto, per mostrare al mondo cosa volesse dire stipare un secolo di arte disneyana in un film di soli nove minuti.

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domenica 17 luglio 2016

Pattinare, che Passione! (On Ice)



Anno 1935

fonte: Disney Compendium
(...) On Ice vede Topolino e soci passare un'allegra giornata invernale presso un laghetto ghiacciato. Nella carrellata di apertura si scorgono Orazio e Clarabella danzare sul ghiaccio con i pattini, ma purtroppo sarà l'unico momento in cui saranno visibili: la loro stella si è ormai spenta, e saranno sempre più rare le volte in cui gli animatori Disney si ricorderanno di loro. Qualche anno dopo la stessa cosa accadrà anche al povero Topolino, il quale qui ha ancora alcune carte da giocare: lo vediamo insegnare a Minni come si pattina, lasciandosi andare a comiche spacconate tipiche del ragazzino intraprendente dei primi anni. Una caratterizzazione che purtroppo andrà scemando col tempo.
È a partire da On Ice che Pippo subisce il restyling che lo porterà alla sua forma definitiva. Precedentemente veniva chiamato col suo nome di battesimo Dippy Dawg, e veniva disegnato senza pantaloni ma con solo un gilet. Gli animatori avevano ormai iniziato a chiamarlo confidenzialmente The Goof, e così colgono l'occasione per ufficializzare tale soprannome, ritoccandolo in Goofy. Questo nuovo Pippo è adesso vestito di tutto punto, presenta un mento più prominente, e la sua caratterizzazione borderline viene convertita in una più innocua aria da tontolone. (...)
Anche Pluto e Paperino si ritagliano un ruolo molto importante tra gli sketch di On Ice. Nelle tavole domenicali di Mickey Mouse disegnate da Floyd Gottfredson in questi anni Paperino è sempre molto presente, spesso nel ruolo di disturbatore o di birichino della compagnia. Qui lo vediamo infastidire il povero Pluto, legandogli due paia di pattini alle zampe mentre dorme. La scena che seguirà, in cui il cucciolone si ritrova in difficoltà, è fra le tante del periodo ad esser stata realizzata sulla falsariga della citatissima sequenza della carta moschicida presente in Playful Pluto (1934). Gli animatori Disney stanno infatti facendo propria la lezione di Norman Ferguson, dedicando sempre più spazio a questo tipo di sequenze slapstick molto lente, in cui Pluto cerca di trarsi d'impaccio senza molto successo. I suoi “ragionamenti” sono come sempre personality animation di altissimo livello, tuttavia non si può certo dire che il tempo sia stato clemente con questo tipo di umorismo. Sebbene queste gag siano state utilissime agli animatori di allora per definire la propria arte, è indubbio che agli occhi dello spettatore moderno siano ormai l'anello debole dell'insieme. Fortunatamente On Ice si chiude con una movimentata sequenza in cui Topolino si ritrova a salvare Paperino messosi incautamente in pericolo, coinvolgendo nella simpaticissima chiusa anche Pippo.

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BluRay - Bambi
DVD - Walt Disney Treasures - Topolino Star a Colori (vol. 1) 
DVD - Favoloso Natale con gli Amici Disney 

DVD - Paperino e i Corti di Natale 

mercoledì 23 marzo 2016

In Viaggio con Pippo (A Goofy Movie)



Anno 1995

fonte: Disney Compendium
(...)
n Viaggio con Pippo non ha niente a che vedere con le altre produzioni della Disney Television o dei DisneyToon Studios, qualitativamente zoppicanti e rivolte ad un target ingenuo e infantile. Il suo DNA è puramente WDAS e questo traspare in ogni sequenza. Una regia consapevole, una sceneggiatura fluida e dei dialoghi arguti rendono la storia raccontata assolutamente universale, come nella miglior tradizione dei classici Disney.
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Visivamente parlando, In Viaggio con Pippo è un film con un suo stile. Diversamente dalle future produzioni Disney Television, i cosiddetti “cheapquel” che cercheranno senza successo di riprodurre con scarsi mezzi lo stile dei film originali, qui non c'è alcun modello da rincorrere. Al massimo si prende le distanze in tutto e per tutto dallo stile della serie televisiva e questo non fa che nobilitare il design di ogni personaggio, realizzato ai WDAS durante la preproduzione. Quanto all'animazione, il lavoro svolto dagli studi francesi è ottimo, di certo non esente da sbavature, tuttavia appagante per l'intera durata del film. Ci sono tuttavia un paio di scene in cui alcuni virtuosismi saltano decisamente all'occhio, ad esempio quella ambientata a Possum Park e quella con Pippo e Pietro nell'idromassaggio, che qualitativamente stanno al di sopra del resto del film. Potrebbero essere le famose sequenze australiane supervisionate da Steve Moore, o persino un contributo all'animazione degli stessi WDAS, in ogni caso non fanno che aumentare l'effetto di essere di fronte non ad un film minore della filmografia disneyana, ma ad un vero e proprio classico d'animazione.
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Passato e presente non fanno che rincorrersi e bisticciare per tutto il corso del film, incarnati dai due protagonisti, l'antiquato Pippo e il moderno Max. È quindi normale che si sia voluto dare alla colonna sonora del film una doppia anima. Sono presenti infatti canzoni nel più classico stile musical, composte da Tom Snow, che per Disney già lavorò a Oliver & Company (Streets of Gold), ma anche canzoni intradiegetiche di natura pop, che nel film si immaginano essere cantate dalla rockstar fittizia Powerline, ricalcata su Michael Jackson. L'effetto è quello di una commistione armonica di generi, che contribuisce a rendere il film un compendio culturale americano.
  • After Today - La prima canzone del film fonde con maestria due tipologie di canzoni tipiche dei musical di Broadway, l'I want song con la quale il protagonista illustra al pubblico i suoi desideri e le sue frustrazioni, e l'happy village song, canzone collettiva che serve a immergersi nell'ambiente dove avrà luogo la storia. Si tratta della canzone che un Max scornato canta a sé stesso l'ultimo giorno di scuola sognando di riscattarsi dall'immagine di “goof” che è convinto di avere. La sequenza è adrenalinica e meravigliosa, anche perché rappresenta con ironia l'intero microcosmo scolastico delle high school americane.
  • Stand Out - È la prima delle due canzoni pop di Powerline, che Max sceglie come colonna sonora dell'esibizione che dovrà riscattarlo agli occhi della scuola. La sequenza è davvero bella, e pur rappresentando in tutto e per tutto lo stile dei videoclip di quegli anni, non risulta datata. La canzone viene bruscamente interrotta dall'arrivo del preside, ma avrà modo di completarsi in un secondo momento con un frizzantissimo reprise.
  • On the Open Road - L'allegra canzone di Pippo in autostrada è uno dei gioielli del film. Non solo grazie alle sue sonorità country richiama a meraviglia la sua natura di personaggio vintage, legato ad un contesto sociale che non c'è più, ma è perfetta nel suo creare un contrasto con il malumore di Max. Inoltre è l'occasione di far sfilare i tanti compagni di viaggio che affollano l'autostrada, ognuno rappresentante un pezzo di America (e non solo): le cantanti dirette a Nashville, la limousine che va a Beverly Hills, il cameo di Topolino e Paperino, la vecchia gattara, per non parlare del cadavere che come se niente fosse si rianima per ballare tra la folla. Una sequenza veramente straordinaria.
  • Lester's Possum Park - Qui si fa intelligente auto citazionismo e parodia. Il riferimento all'attrazione di Disneyland Country Bears Jamboree è evidente, come anche la citazione alle origini campagnole da hillbilly di Pippo. Si tratta della canzone di presentazione che un gruppo di animatronic scassati fa del decadente Lester's Possum Park, lasciando Max senza parole e accentuando così il divario con il padre. Si tratta di una sequenza demenziale, probabilmente la più divertente del film, ma dal retrogusto tragicomico. Nel cd della colonna sonora ne è presente una versione estesa.
  • Nobody Else But You - Una delle più importanti leggi del musical è che quando i personaggi finiscono le parole, allora è il momento di usare una canzone. E non poteva essere applicata meglio che in questo film tale legge, dal momento che la canzone in questione arriva solo dopo che Pippo e Max hanno litigato furiosamente, dicendosi in faccia tutto quello che si erano tenuti dentro sin dall'inizio del film, fino a svuotarsi completamente. Si tratta della lenta e tenera canzone di ricongiungimento tra padre e figlio, un duetto che avviene in un contesto poco consueto, visto che i due stanno appollaiati sul tetto dell'auto, che galleggia nel fiume tra i canyon.
  • I2I - Ed ecco la seconda delle due canzoni di Powerline, che fornisce al film il suo climax. È la sequenza in cui Pippo e Max finalmente riescono a infiltrarsi sul palco per tenere fede alla promessa fatta da Max a Roxanne, ed è l'occasione per mettere finalmente in scena il personaggio della rockstar, citato indirettamente sin dall'inizio del film. E senza mezzi termini si tratta di una sequenza esplosiva, nella quale gli artisti parigini hanno riversato ogni studio fatto sulla pop culture anni 90, riuscendo a darne un ritratto sentito ma non per questo ruffiano o ridondante.
Va inoltre citato l'uso che viene fatto di musica preesistente in un paio di casi. Nell'autoradio di Pippo è possibile sentire High Hopes di Frank Sinatra, nella sequenza del Big Foot invece viene accidentalmente acceso il walkman di Max dal quale proviene Stayin' Alive dei Bee Gees.
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DVD -  Dingo et Max 
VHS - In Viaggio con Pippo


Il nostro Amico Atomo (Our Friend the Atom)



Anno 1957

fonte: Disney Compendium
(...) Our Friend the Atom è il terzo episodio della miniserie divulgativa conosciuta come Tomorrowland.Regista di questo “interludio” èHamilton Luske, e le differenze di impostazione con il resto della serie sono evidenti: l'irriverente umorismo kimballiano viene infatti momentaneamente messo da parte, e la struttura del programma non prevede più la suddivisione a compartimenti stagni delle sequenze, ma un unico discorso organico e fluido. (...)


Come lo stesso Disney dice all'inizio del programma, gli artisti del suo studio non sono scienziati ma narratori. Lo storytelling disneyano da sempre si distingue per semplicità, chiarezza e capacità di arrivare ad un pubblico il più vasto possibile. Per spiegare agli spettatori la natura dell'atomo si ricorre quindi ad una fiaba, un breve sketch animato di pochi minuti, che diventerà però la metafora a cui verrà fatto riferimento per tutto l'episodio. Si tratta della storia conosciuta come Il Pescatore e il Genio, tratta da Le Mille e una Notte: un povero pescatore si ritrova tra le mani una giara da cui esce un temibile genio, che minaccia di uccidere il suo liberatore. Grazie alla sua arguzia, l'uomo riesce a raggirare il mostro, imprigionandolo nuovamente e portandolo ad esaudire i suoi desideri. Quella che poteva costituire una terribile forza distruttiva viene quindi resa inoffensiva e in un certo senso “amica”. L'intera scenetta è un gioiello di stilizzazione, graziata da un uso intelligente dell'animazione limitata. Lo stile non è esagerato come quello di Kimball, ma leggermente più classico. (...)
Sebbene in Our Friend the Atom sia presente molta altra animazione, questa comprende prevalentemente immagini statiche, schematiche o fortemente stilizzate. La storia del pescatore rimane dunque la sequenza animata più elaborata, e infatti verrà più e più volte tirata in ballo nel corso della dissertazione di Haber per illustrare meglio alcuni concetti. Lo scienziato spiega infatti che l'uranio è il minerale che rappresenta idealmente il genio cattivo, e che il nostro compito è capire come sia possibile farcelo amico, allo stesso modo del pescatore. È del tutto normale che Disney ricorresse a questo tipo di metafore per rassicurare un pubblico che aveva ancora bene in mente quanto successo a Hiroshima e Nagasaki poco più di un decennio prima. Successivamente si passa a raccontare la storia del rapporto tra l'uomo e l'atomo. Si comincia chiaramente nell'antica Grecia con Democrito, il primo a teorizzare l'esistenza di particelle indivisibili, vera e propria materia prima dell'universo. A causa dello scetticismo di Aristotele, le idee di Democrito sarebbero state ignorate per molti secoli, almeno fino al 1803, quando lo scienziato John Dalton le riportò in auge, formulando la sua teoria atomica.In questa parte del programma vengono passati in rassegna i principali scienziati che nel corso degli anni hanno portato avanti lo studio sull'atomo. Si cita Amedeo Avogadro e la sua teoria secondo cui gli atomi si legano insieme per formare delle molecole, inoltre vengono citate le ricerche di Henri Becquerel e dei coniugi Pierre e Marie Curie sull'uranio e il radio, che avrebbero portato a scoprire la radioattività. C'è infine spazio per una parentesi divulgativa sulla teoria della relatività di Albert Einstein, e su alcune importanti invenzioni come il microscopio. A rimanere impresso è soprattutto l'utilizzo dell'animazione schematica, grazie alla quale lo staff Disney riesce a comunicare concetti anche molto complessi, mostrandoci come gli stati della materia (solido, liquido, gassoso) derivino dal movimento degli atomi in essa racchiusi, e come sia possibile usare il calore per metterli in moto e produrre energia. Viene così fatto riferimento alle macchine a vapore, costruite proprio su questo principio, e alla loro necessità di alimentarsi di continuo con carbone e petrolio, dimostrando di essere ben lontane dal “genio nella giara” tanto desiderato dall'uomo. (...)


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DVD mancante - Walt Disney Treasures - Tomorrow Land