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domenica 25 dicembre 2016

Cenerentola - Il Gioco del Destino (Cinderella 3 - A Twist in Time)



Anno 2007
lungometraggio direct to video

fonte: la tana del sollazzo
(...)
La buona volontà dei realizzatori qui si spreca, e si nota come ogni singola scena venga nobilitata da questo o quell'accorgimento, che si situi nei dialoghi, nella sceneggiatura, nell'animazione. (...)
Divertimento ce n'è, trama pure (il che è quasi una novità), e le situazioni inedite, passato lo sconcerto iniziale di vedere interagire tra loro in modo "moderno" personaggi che nel classico originale magari neanche si parlavano (Il Re e il Principe, ad esempio, protagonisti insieme di sequenze molto valide), si fanno apprezzare non poco. L'azione comunque si svolge prevalentemente a palazzo, tra intrighi nei corridoi e sotterfugi, e pur non mancando un paio di excursus fuori dalle mura (memorabile la folle corsa della zucca orrorifica pilotata da un Lucifero umanoide), non si va a perdere quel senso di piacevole claustrofobia che aveva il primo Cenerentola. L'approfondimento psicologico di alcuni personaggi è inevitabile, il principe guadagna una sua caratterizzazione, il re è protagonista di una sequenza molto bella perfettamente in linea col suo carattere "passionale", Anastasia ci appare decisamente più bonaria che nel classico. Forse a tratti pure troppo bonaria, visto e considerato che le hanno pure dato una voce cantata intonata (!), ma per gli sviluppi della storia era inevitabile, e tutto sommato questa nuova Anastasia non è affatto male, e più che rabbia fa una pena enorme.
Passando al comparto grafico, non si segnala nulla di particolarmente sconvolgente, nel bene e nel male. Le animazioni sono di buona fattura, e se nei vari trailer può apparire orrido il Principe, va ricordato che la sua staticità deriva dal Classico originale, dove non diceva/faceva nient'altro a parte il venir idealizzato da Cenerentola e sorellastre. Certo, a volte può stonare il vederlo fare cose che non ci si aspetterebbe rimanendo impassibile nel volto e nella postura. Ma adattarlo al nuovo contesto avrebbe significato snaturarne il modello, e forse in un film come questo sarebbe stato un tantinello troppo. Il resto delle animazioni sono molto buone, i topini e Lucifero non sono gommosi come ci si aspetterebbe in questo genere di film, ma assai curati, e se anche ci si accorge a volte che alcuni movimenti non sono naturali e realistici come nel classico, va ricordato che la perfetta mimesi è stata raggiunta solo due volte (Lilo & Stitch 2 e Il Re Leone 3). Sfondi e colorazione invece oscillano un bel po', senza mai scadere troppo ma togliendo una certa continuità stilistica, e viene da pensare se le tinte piatte che escono fuori talvolta non siano da imputarsi all'improvviso taglio di fondi che ha seguito l'annuncio della chiusura del reparto. E per finire passiamo alla musica, che non è certo eccezionale ma si fa ascoltare benissimo, lontana dalle disarmonie di certi sequel del passato e dalla leziosaggine di molti sequel del presente. Perfectly Perfect è una valida overtoure che zooma sulle varie situazioni lasciate al termine del classico, e fa molto musical. Sarebbe stato meglio se l'avessero tradotta senza sbalzi tonali troppo forti, ma purtroppo l'adattamento penoso è una prerogativa dei direct-to-video e spesso e volentieri infantilisce tutto togliendo ulteriormente spessore a questa categoria già abbastanza bistrattata. More Than A Dream e Anastasia's Theme sono le canzoni cantate rispettivamente da una Cenerentola delusa e da un'Anastasia illusa, melodiche ma abbastanza ordinarie, mentre invece At the Ball, la nuova canzone dei topini è un vero e proprio gioiellino. Serve a portare avanti la trama, a dare un giusto tributo a Gas & Jack, sottolineandone carineria & complicità. Orecchiabile e - miracolo! - tradotta ottimamente è forse il numero musicale migliore del film. Per finire i titoli di coda offrono il brano I Still Believe, mentre sullo schermo passano alcuni quadri che in stile Lilo & Stitch rendono l'idea di quanto è successo in seguito alla fine della storia. (...)


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DVD - Cenerentola III

venerdì 5 febbraio 2016

Pippo e l'Home Theatre (How to Hook Up Your Home Theatre)



Anno 2007

fonte: Disney Compendium
Pippo e l'Home Theater è sicuramente un evento nella filmografia Disney, visto che rappresenta il ritorno in grande stile degli studios alla produzione regolare di cortometraggi. Negli ultimi decenni infatti erano stati pochi i corti prodotti dagli studios: giusto una manciata, proiettati unicamente ai festival, allegati come extra nei dvd o, nel peggiore dei casi, rimasti sepolti negli archivi senza alcuna possibilità di essere distribuiti. L'arrivo di John Lasseter a capo degli studios coincide con la riattivazione del cosiddetto short program, che sul modello pixariano si ripropone di trovare una nuova collocazione per questo tipo di materiale, abbinandolo finalmente ai lungometraggi proiettati nelle sale. Diretto da Stevie Wermers-Skelton e Kevin Deters, Pippo e l'Home Theater rappresenta inoltre il ritorno del personaggio di Pippo sul grande schermo per mano dei Walt Disney Animation Studios, dopo che negli ultimi anni il personaggio era stato ereditato dai reparti televisivi per apparire in serie televisive e lungometraggi direct to video. Questo ritorno “a casa” del personaggio viene celebrato con un brillante omaggio alla formula degli “How To” che caratterizzava i suoi cortometraggi degli anni 40 e 50, inscrivendosi in una gloriosa tradizione, ma senza apparire minimamente datato.
Pippo e l'Home Theater è infatti un paradossale e meraviglioso anacronismo. Lo stile utilizzato, la presenza di una gran quantità di cloni di Pippo (i “pippidi”), la dimensione sportiva, la seriosa voce narrante, lo humor demenziale ma garbato, sono ingredienti che inducono a credere di star guardando uno dei tanti corti degli anni 40, prodotti in piena golden age. Ad aumentare l'illusione contribuiscono i deliziosi titoli di testa, che riproducono quelli di un tempo, con lo sfondo di tessuto rosso, la storica series card e il tema musicale di Pippo, qui riorchestrato dal grande Michael Giacchino. Per la prima volta viene prodotto un corto in perfetta mimesi con quelli del passato, tanto da ingannare lo spettatore più disattento. Tuttavia la presenza dell'Home Theater, la tecnologia avanzata, alcuni riferimenti all'attualità come la foto di Lasseter sul comodino di Pippo, o semplicemente il formato widescreen, ci rivelano che si tratta di un corto nuovo di zecca. E la cosa più incredibile è come queste due anime convivano in modo totalmente armonioso, senza che lo spettatore avverta alcuno stacco stilistico. Inoltre si rivela vincente l'idea di ironizzare sulla tecnologia moderna, sempre più complessa da maneggiare per l'uomo comune, un problema sentito da molti e nel quale ci si può universalmente identificare. (...)

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DVD - Topolino che Risate! vol. 1
BluRay - Walt Disney Short Films Collection
 

martedì 18 agosto 2015

Come D'Incanto (Enchanted)



Anno 2007

fonte: Disney Compendium
(...)
Enchanted è la storia di come la ninfetta animata Giselle, candidata a diventare la principessina del reame di Andalasia, venga inviata nel nostro mondo da una perfida strega, per farle sperimentare cosa significhi essere privati del lieto fine. Se si escludono alcune brevissime sequenze nella parte centrale e finale del film, si può dire che il grosso dell'animazione tradizionale si concentri dunque nei primi dieci minuti, durante il prologo ambientato ad Andalasia. A causa della particolarissima situazione degli studios, questa sequenza non è però stata realizzata, come ci si aspetterebbe, all'hat building di Burbank. La recente svolta forzata alla CGI, imposta dalla gestione Michael Eisner, aveva infatti privato gli studios dei mezzi per poter realizzare animazione tradizionale, creando un notevole problema logistico a John Lasseter. La cosa migliore da fare era quindi collaborare con uno studio esterno, che potesse mettere a disposizione della Disney tali attrezzature, almeno per i primi tempi. La scelta è caduta sullo studio di James Baxter, animatore Disney veterano (Belle, Rafiki, Quasimodo) che aveva militato alla Dreamworks, prima di decidere di mettersi in proprio. Con l'invio da parte dei Walt Disney Animation Studios di artisti come Mark Henn e Andreas Deja, si è venuta a creare un'inedita alleanza tra i due studi, e il problema è stato risolto, giusto in tempo perché ai WDAS si potesse riattivare la strumentazione necessaria per lavorare al nuovo cortometraggio Pippo e l'Home Theatre.
Come D'Incanto si colloca perfettamente a metà strada tra l'affettuoso omaggio e la parodia, motivo per cui la sua componente animata presenta echi provenienti da tutta la filmografia disneyana. Lo stile degli sfondi e delle architetture è però molto personale, e richiama l'Art Noveau, con le sue ariose decorazioni e l'abbondare di motivi floreali. Il resto è ovviamente assai derivativo, e volutamente stereotipato: animaletti parlanti, canzoncine e leziosaggini assortite, vengono volutamente utilizzati in chiave ironica, senza temere di sfociare nella caricatura, il tutto per comunicare allo spettatore la sensazione di trovarsi nel mondo delle classiche fiabe Disney, così come se le ricorda lui. L'apporto di fuoriclasse come Deja e Henn ai personaggi umani si nota, e lo stesso James Baxter deve essersi divertito un mondo ad animare Giselle e il principe Edward, non risparmiando virtuosismi per ogni loro movenza. Baxter esaspera espressioni, reimpasta di continuo i lineamenti facciali dei personaggi, fa quanto di meglio si possa desiderare per trasmettere il potenziale comunicativo di una forma d'arte ormai data per spacciata, mostrandone la superiorità rispetto alla computer grafica dell'epoca, ancora molto limitata. Di contro, il character design degli animaletti amici di Giselle è sicuramente meno ricercato, ma si presume che questa banalizzazione sia puramente funzionale all'effetto stereotipato che si voleva ottenere.

Con l'arrivo di Giselle nella Manhattan live action si entra nel vivo della narrazione. L'aspect ratio si trasforma passando al formato panoramico e quello che inizialmente sembrava un classico film d'animazione diventa una delle più argute e brillanti commedie sentimentali mai prodotte dalla Disney. Il merito è della straordinaria interpretazione del cast, fra cui spiccano il caricaturale James Marsden e la spettacolare Amy Adams. Esagerati e teatrali in ogni loro manifestazione, accentuano il contrasto con il cinico mondo che ora li circonda, riuscendo ad apparire credibili nella loro improbabilità. Ogni loro movenza, ogni loro espressione, ogni minima battuta di dialogo trasuda stile e amore verso il paradosso, riuscendo a stare perfettamente in equilibrio tra l'omaggio e la parodia. Simpatica anche la macchiettistica interpretazione della malvagia Narissa e il suo servo Nathaniel, che trovano il loro perfetto corrispettivo live action in Susan Sarandon e Timothy Spall. Sono momenti di grande cinema quelli che vedono questi eccentrici caratteristi muoversi in mezzo a persone che non capiscono minimamente il loro repertorio di stereotipi. L'equilibrato e posato Patrick Dempsey nel ruolo dell'avvocato Robert fornisce loro un validissimo contrappunto serioso, mentre Idina Menzel nel ruolo della sua compagna Nancy rimane piuttosto di sfondo, venendo immeritatamente sottoutilizzata.
Compiuto il salto verso il live action, il film torna indietro molto di rado, e solo per brevissime sequenze, tuttavia lo stacco stilistico si avverte poco e la regia si porta dietro buona parte del suo dna animato. Questo si deve all'esperienza del bravissimo Kevin Lima, già regista di In Viaggio con Pippo e Tarzan, che riesce a dare alla sua New York un taglio assolutamente magico e di classe. I bassifondi non mancano, ma non si tratta più di quella sudicia atmosfera urbana vista in Oliver & Company, ma un regno in cui predominano il blu del cielo stellato, il verde di Central Park e l'oro dei ristoranti e le sale da ballo. Un luogo magicamente idealizzato che regala la sensazione di star guardando la perfetta proiezione live action di un lungometraggio d'animazione Disney.
L'illusione di star guardando un autentico film d'animazione è aumentata dalla colonna sonora del geniale Alan Menken, responsabile dei maggiori successi del rinascimento anni 90, che non partecipava ad un film Disney da Home on the Range. Menken stavolta riesce nella dura impresa di tenere il piede in più scarpe: ogni minimo giro di note che compone la colonna sonora di Come D'Incanto riesce ad omaggiare le molteplici anime del cinema disneyano, senza rinunciare a dare al film una sua identità. Le sue strumentali commentano alla perfezione tanto le sequenze animate quanto quelle live action, per giunta mantenendo uno stile omogeneo. Ma è nelle cinque canzoni scritte assieme al paroliere Stephen Schwartz che la sua opera mostra la sua vera forza, inscrivendo Enchanted nella miglior tradizione dei musical Disney a scrittura mista di cui fanno parte anche Mary Poppins e Pomi d'Ottone e Manici di Scopa.
  • True Love's Kiss - Il film inizia sfoderando il nuovissimo logo Walt Disney Pictures con il tradizionale castello. Ma una rapida zoomata ci porta dentro la sala in cui si apre un libro pop-up che racconta la storia di Enchanted, mentre la voce narrante di Julie Andrews ci presenta i personaggi e partono le prime note dell'overtoure. Questo primo brano accompagna buona parte della sequenza animata e rappresenta la canzone di Giselle, la tradizionale “i want song” con cui la principessa si confida con le sue spalle animalesche. Il riferimento è alle colonne sonore dei film animati Disney appartenenti alla prima era come Biancaneve, Cenerentola e La Bella Addormentata nel Bosco. Sequenze storiche come Once Upon a Dream, A Dream is a Wish Your Heart Makes e Someday My Prince Will Come vengono omaggiate in molti modi, riproducendo addirittura i ritmati recitativi che le introducevano, favorendo la transizione dal parlato al cantato.
  • Happy Working Song - La seconda sequenza musicale è posizionata poco dopo l'arrivo nel mondo reale. È il momento di massimo straniamento per Giselle, ancora legata al mondo che conosceva, e la regia “la aiuta” ricalcando lo stile animato: la macchina da presa volteggia intorno a lei permettendosi notevoli virtuosismi e si concede numerose zoomate sui prosaici animaletti di città, che aiutano Giselle a riordinare l'appartamento di Robert. La fonte d'ispirazione per questo secondo ironicissimo brano sembra essere un'altra Disney, quella più scanzonata dei fratelli Sherman, che ne avevano curato le colonne sonore negli anni 60, in piena era xerografica. I riferimenti a Biancaneve visivamente non mancano (Whistle While You Work), ma i maggiori punti di contatto sembrano essere con Mary Poppins (A Spoonful of Sugar).
  • That's How I Know - La terza canzone è il maestoso brano cantato a Central Park in cui Giselle spiega a Robert la sua filosofia di vita. La si potrebbe considerare rappresentativa del terzo grande periodo della musica Disney, il rinascimento anni 90 di cui lo stesso Menken assieme a Howard Ashman era stato fautore. Visivamente parlando il riferimento sono le sequenze musicali dei film a scrittura mista prodotti decenni prima, ma musicalmente Menken si autocita, utilizzando in dosi massicce sonorità particolari come i bonghi e i calypso che avevano reso irresistibile Under the Sea.
  • So Close - La storia volge alla fine, e Giselle si è ormai parzialmente normalizzata. Il tema d'amore viene così introdotto in maniera totalmente diegetica, come un lento suonato durante una festa da ballo. Si tratta di un bel brano che non raggiunge tuttavia la genialità dei precedenti, ma che presenta al suo culmine un'intensa parte strumentale dal sapore puramente menkeniano. Pur trattandosi della sequenza musicale più realistica, non mancano le citazioni. Stavolta tocca a La Bella e la Bestia, che viene omaggiata tanto nei movimenti di telecamera che nei costumi.
  • Ever Ever After - È la canzone che chiude il film, presentando un montaggio incrociato in cui tra sequenze animate e live action le storie dei personaggi vengono portate a termine. Caratterizzata da sonorità pop è sicuramente la più debole del lotto, e dispiace un po' che abbia trovato il suo posto nel film a scapito di un altro brano, che avrebbe dovuto essere la canzone di Nancy. La sua interprete, Idina Menzel, si sarebbe tuttavia presa una bella rivincita sei anni dopo cantando Let it Go in Frozen
Enchanted è pervaso da un citazionismo estremo. Tutta la filmografia disneyana viene omaggiata in modi differenti, che si tratti di stralci di musica, nomi di personaggi, insegne dei negozi, sequenze di altri film d'animazione mostrate di sfuggita in televisione e persino comparse. Insomma, si tratta di un film virtuosistico sotto ogni aspetto: narrativo, registico, recitativo, grafico e compositivo. Pare che questa meraviglia sia stata in lavorazione per anni e anni, visto che i primi rumor sulla sua realizzazione circolavano già dal 2001. Da allora la Disney è caduta e si è rialzata, ma in questo lungo periodo il progetto non è mai stato abbandonato completamente, benché per lunghi periodi non se ne sia più parlato e sia stato messo provvisoriamente nel cassetto. Si ipotizza che la spinta per rimettere in piedi il progetto sia arrivata proprio grazie alla nuova gestione, ma potrebbe anche non essere così. Di certo il film è uscito al momento giusto per rieducare il mondo intero alle delizie del cinema disneyano. Serviva proprio Enchanted, con la sua natura ibrida, a risanare il sense of wonder delle platee, da troppi anni votate al cinismo. Il film ha sicuramente fatto il doppio gioco col pubblico, fingendo a momenti di stare dalla sua parte, e colpendolo a tradimento in altri, rivelandosi in tutta la sua disneyanità, in una continua alternanza tra incanto e disincanto, sottile parodia e raffinatissimo omaggio. Il compromesso che ci voleva per traghettare un pubblico abbrutito verso i fasti di un futuro radioso.

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BluRay - Come d'Incanto 

martedì 11 agosto 2015

I Robinson - Una Famiglia Spaziale (Meet The Robinsons)



Anno 2007
47° lungometraggio Disney

fonte: Disney Compendium
Nel 1990 esce un libro per bambini intitolato A Day with Wilbur Robinson, scritto e illustrato da William Joyce. In esso il dodicenne Lewis visitava la casa dell'amichetto Wilbur, venendo a contatto con le innumerevoli bizzarrie della sua famiglia. Non c'era una vera trama, solo un insieme di stramberie e trovate visive, ma questo bastò a colpire la fantasia degli artisti Disney, che iniziarono a lavorare ad un adattamento dell'opera. La storia venne rielaborata, spostandola su un piano fantascientifico a base di viaggi nel tempo e paradossi, e il tema divenne quello della ricerca di una famiglia da parte di Lewis, ripensato come un orfanello. Stephen Anderson si occupò della regia, e diede alla storia un tocco personale, dato che in passato aveva vissuto le stesse esperienze di Lewis. Si trattava senza dubbio di un film atipico, che avrebbe esplorato un campo fino a quel momento poco sfruttato nelle opere dello studio (all'epoca chiamato ancora Walt Disney Feature Animation), portando avanti quella sperimentazione iniziata nei primi anni del nuovo secolo. La company in quegli anni però venne investita da una crisi profonda, e gli studios vennero privati all'improvviso del loro cavallo di battaglia: l'animazione tradizionale. Come Chicken Little anche questo film venne forzatamente convertito alla computer grafica, trovando gli artisti ancora impreparati a gestire l'animazione della figura umana. In quella fase di tumulti e stravolgimenti, lavorare serenamente ad un film tanto complesso divenne impossibile. Tra ingerenze da parte di una dirigenza desiderosa di puntare sulla commedia, e le continue incertezze produttive, il film venne fortemente danneggiato. Quando la tempesta cessò e a prendere le redini dell'animazione Disney arrivò John Lasseter, fu necessario rivedere completamente il progetto. Meet the Robinsons venne immediatamente inviato ad Emeryville, perché i creativi pixariani potessero valutarlo e dare consigli su come risolvere i problemi di sceneggiatura. Grazie a queste consulenze il film venne salvato in corner, e ad oggi costituisce il primo passo verso il riscatto degli studios.
Meet the Robinsons si apre con una sequenza color seppia, che suggerisce con delicatezza che ci troviamo nel passato. La scena, narrata con un certo trasporto, è quella dell'abbandono di un Lewis neonato di fronte all'orfanotrofio che lo crescerà. Un incipit drammatico e malinconico che si pone in controtendenza rispetto alle commedie in CGI che la concorrenza proponeva in quegli anni. I toni scanzonati di Chicken Little vengono quindi messi da parte, e gli studios rivendicano il diritto di proporre al pubblico ancora una volta una storia in cui commedia e dramma tornano a compenetrarsi in dosi massicce, a prescindere dalla tecnica utilizzata.
Nel secondo atto si arriva però nel futuro e il ritmo subisce una brusca accelerata. La presentazione dei componenti della famiglia Robinson riprende il materiale narrativo del libro originale, e di conseguenza il registro diventa prettamente umoristico. Le gag folli, l'abbondanza di personaggi surreali e la stralunata velocità con cui tutto questo viene presentato, vorrebbero immergere lo spettatore in un nuovo Paese delle Meraviglie, ma la resa è fin troppo pasticciata, probabilmente un retaggio della turbolenta realizzazione del film.
Quando questa parentesi sgangherata viene chiusa, il film torna finalmente a mostrare la sua forza narrativa. Gli ingranaggi della trama si rimettono in moto per un terzo atto veramente eccellente, ben calibrato e con un paio di notevoli colpi di scena, merce rara in questo tipo di cinema. Non si tratta certo di sviluppi imprevedibili per chiunque abbia una buona infarinatura di viaggi e paradossi temporali, ma spicca senza dubbio la naturalezza e l'intelligenza con cui queste tematiche vengono trattate in un film d'animazione destinato ad un largo pubblico. Meet the Robinsons presenta infatti la trama più complessa scritta fino a quel momento per un classico Disney, ma la espone in modo chiaro, scorrevole e intuitivo. Ed è questo uno dei più grandi meriti degli artisti Disney: essere riusciti a parlare in maniera assolutamente universale di viaggi nel tempo, uno degli argomenti più ostici di sempre. (...)

La crisi d'identità che investì in quegli anni la Disney non risparmiò neanche le colonne sonore. Si pensava che i musical fossero passati di moda, ma non si voleva rinunciare completamente ad una componente così importante del cinema disneyano. Film come Chicken Little, I Robinson e Bolt non avevano certo la struttura da musical, ma presentavano ugualmente delle canzoni originali, mescolandole a volte con brani preesistenti. Il compositore delle strumentali di Meet the Robinsons è Danny Elfman, pupillo di Tim Burton che per Disney aveva già composto la colonna sonora di Nightmare Before Christmas, ma sono presenti anche un paio di canzoni, scritte da autori vari.
  • Another Believer - Prima canzone del film, è una simpatica e malinconica cantilena scritta da Rufus Wainwright e Marius de Vries, che accompagna un montaggio che descrive i numerosi tentativi di Lewis di costruire il suo scanner mnemonico.
  • The Future Has Arrived - Questo è il brano strumentale composto da Elfman che accompagna l'arrivo di Lewis nel futuro. Magico e gioioso, ne esiste una versione cantata, ospitata nei titoli di coda. È senza dubbio il brano più riuscito, capace di infondere al film un'energia incontenibile.
  • Where Is Your Heart At? - Al culmine della bizzarra scena di presentazione della famiglia Robinson, abbiamo questa sequenza musicale in cui la madre di Wilbur dirige un'orchestra di rane antropomorfe, sulle note di un brano composto per l'occasione ancora una volta da Rufus Wainwright. Di certo non una delle migliori scene, in quanto rivela l'inadeguatezza degli studios alle prese con questa nuova tecnica di animazione. Si segnala inoltre il preesistente brano jazz eseguito in un secondo momento dalla stessa orchestra: Give Me The Simple Life, anche questo poco significativo.
  • Little Wonders - L'emozione esplode nel brano conclusivo scritto da Rob Thomas, che ci mostra Lewis rinunciare alle ossessioni del passato per andare incontro al suo luminoso futuro. Commovente e intensa, è in questa scena che ogni tassello va al suo posto, regalando al film una delle più belle chiusure della storia Disney.
  • The Motion Waltz (Emotional Commotion) - Un altro brano scritto da Rufus Wainwright, intenso e commovente, che però rimane confinato ai titoli di coda. Probabilmente era stato composto per l'inserimento ma dopo i numerosi stravolgimenti non ha più trovato un suo spazio nel film. (...)

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BluRay - I Robinson - Una Famiglia Spaziale

sabato 6 ottobre 2012

Il Tuo Amico Topo (Your Friend, The Rat)


Anno 2007

fonte: la tana del sollazzo
Per questo quarto corto spin-off la Pixar mette in cantiere qualcosa di veramente speciale: un corto più lungo del solito e dalla struttura mai vista prima in casa Pixar. Un corto all'insegna della follia, della varietà e della sperimentazione totale e a tutto campo, che fa ben capire quanto in Pixar si siano divertiti e sbizzarriti inserendoci dentro tutto ciò che andava loro di fare. Remì ed Emile parlano con gli spettatori cercando di favorire l'integrazione tra uomini e topi, servendosi di materiale fotografico e filmico di vario tipo: ed ecco quindi la loro solita impeccabile CGI, una massiccia dose di animazione tradizionale, un po' di stop motion, dell'animazione riciclata, molta animazione ridotta, del live action e pure un po' di grafica da videogame arcade. Insomma di tutto e di più per un cortometraggio che passa dal divulgativo al documentaristico, terminando con una canzone realizzata ad hoc che lo trasforma persino in un musical. Gradevole, demenziale, decisamente geniale, questa follia pixariana affonda le sue radici nell'animazione Disneyana anni '50. Erano infatti gli anni in cui andava l'animazione ridotta, tanto economica quanto comica e utile a rendere divertenti i contenuti spesso e volentieri documentaristici di certi corti. Anche qui c'è dell'istruttivo, anche se le battute e le idiozie abbondano, nonchè i nonsense gratuiti, che sono quelli che fanno più ridere (mitico il cameo di P.T.Pulce e il riferimento a Francois Truffaut, senza il minimo senso). E intelligente anche il meta-finale, che dopo la canzoncina fa un po' sana autoironia aziendale. Insomma, non è un caso se il corto tratto dal film Pixar più geniale sia di tale caratura, ed è interessante vedere come proprio la Pixar, considerata responsabile della morte dell'animazione tradizionale, si stia progressivamente avvicinando a questa arte, utilizzandola a sprazzi per condire al meglio i suoi lavori. Da notare il piccolo cameo-preview di Wall-E nella sequenza ambientata su Marte.


Wikipedia
IMDB
The Leaping Lamp

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DVD - Ratatouille
BluRay - I Corti Pixar - vol. 2

Ratatouille (Ratatouille)


Anno 2007
8° lungometraggio Pixar

fonte: la tana del sollazzo
Neanche a farlo apposta, nell'anno che vede già alcune avvisaglie di ripresa da parte della Disney, la Pixar, che è un po' un discorso a sé, confeziona quello che è forse il suo film più intelligente, raffinato e perfetto. E pensare che il film era nato proprio come primo parto pixariano indipendente da Disney, ma evidentemente c'è poco da fare: quando due scuole artistiche sono così vicine, sono una figlia dell'altra, è inevitabile che prima o poi si torni a convergere. Ed ecco quindi quello che, a dispetto di una regia di Brad Bird decisamente sopra le righe, è forse il film Pixar più Disneyano tra quelli prodotti negli ultimi tempi. Tempi, che sebbene avessero visto in Pixar una qualità sempre impeccabile, non erano stati in grado di restituire allo spettatore i livelli di stupore e commozione di un Toy Story 2 o un Monsters & co.. Certo, c'era stato quell'Alla Ricerca di Nemo tanto sentimentale e spettacolare, che aveva incantato tutti senza però riuscire a bissare la finezza umoristica dei precedenti lavori, o Gli Incredibili che invece ci era riuscito, perdendo però un po' di mordente sul finale. C'era stato infine Cars che, sebbene tecnicamente perfetto, si era rivelato una mezza delusione un po' per tutti, apparendo come il film forse più "scolastico" uscito dagli studios. A dare uno scossone al tutto ci pensa quindi la storia del topo Remy, diverso dagli altri topi, per via della sua spiccata propensione verso i sapori. E benchè al solo leggerne la premessa si potesse pensare di ritrovarsi davanti al solito film incentrato sul solito microcosmo pseudoanimalesco col solito protagonista desideroso di distinguersi, bastò vederne il primo trailer per rendersi conto che non solo non era così, e il film prevedeva un ruolo piuttosto massiccio per un cast di esseri umani, ma che più di ogni altra cosa non voleva trattare del mondo dei topi, ma di quello ben più grande e variegato della novelle cuisine. Uno scontro tra mondi che era in realtà una maniera piuttosto furba per esprimere, in generale, un'opinione ben precisa sull'Arte e sulle contraddizioni che la contornano.
E benchè molto probabilmente possa apparire tirata per i capelli, tutta la storia di Ratatouille potrebbe riassumere la situazione interna dell'azienda, donando ad ognuno degli elementi che in questi anni vi hanno preso parte un suo ben preciso corrispettivo. E' ovviamente solo una speculazione, perchè sarebbe difficile che la Pixar, che da sempre vuole mostrare una certa autonomia, si metta a farsi gli affari della casa madre, e visto anche che si tratta di argomenti piuttosto universali potrebbero adattarsi a chissà quante altre situazioni. Eppure sarò di parte ma non riesco a non associare la figura di Gousteau a quella di Walt Disney, il grande iniziatore, convinto che chiunque può cucinare. D'altra parte sappiamo benissimo dell'avversione di Walt verso i parrucconi e della sua volontà di rivolgersi al grande pubblico, se possibile esportando la sua arte e donandola al popolo, col rischio di scandalizzare i più snob (come infatti accadde con Fantasia). Abbiamo insomma questa figura ormai mitica che risplendette in un aureo passato, messa invece a confronto con un presente di decadenza in cui la sua eredità ha perso prestigio, e in cui i suoi continuatori, potenzialmente anche molto bravi, ne riproducono lo stile scolasticamente e senza particolari guizzi di genialità. Non è difficile quindi individuare in loro gli abili animatori Disney, che in questi anni di congiuntura hanno un po' brancolato nel buio, privi di una vera guida. Guida che invece cerca di essere la figura negativa di Skinner, nelle cui idee commerciali non è difficile intravedere tutta la politica Eisneriana. Non è proprio possibile non pensare alla losca politica dei cheapquel nelle scene in cui Skinner gestisce gli affari dei cibi surgelati o infanga l'immagine di Gousteau raffigurandolo vestito da cow-boy, da eschimese, da cinese e via dicendo. E una volta assunte queste basi, la metafora non può che andare avanti con un Linguini marionettizzato da un Remy che oltre a ricordare non poco il mediometraggio Il Mio Amico Beniamino, sembrerebbe voler raffigurare proprio la Pixar, unica responsabile dei più recenti successi Disneyani, a partire dal salvataggio in corner dell'altrimenti pessima Zuppa di Linguini (I Robinson) fino alla consacrazione col piatto che - guarda caso - dà il titolo al film, quella Ratatouille, che riesce finalmente a riappacificare l'impero Disneyano con la critica, che in tutti questi anni l'aveva pesantemente snobbato come "roba da turisti".
Ma al di là degli inquietanti parallelismi con la situazione attuale, direi che il film ha ben altro da offrire, a cominciare dalla regia più sopra le righe che mai si sia vista in un lungometraggio animato, e che si colloca a metà strada tra l'arguzia tipica delle serie di Matt Groening (Futurama e I Simpson, a cui lo stesso Bird ha lavorato a lungo) e la magia e il sense of wonder tipicamente Disneyani. Non c'è scena che non si autovalorizzi, con una battuta particolarmente arguta, con un particolare movimento di telecamera, con un'animazione particolarmente ricercata. Sembra che ogni singolo fotogramma sia stato tirato a lucido per avere la resa migliore di sempre, ed è un merito che non si può certo attribuire ad un preciso elemento, visto che è proprio la compartecipazione di ingredienti di livello altissimo che rende tanto appetibile quello che è forse da considerarsi l'apice massimo dell'animazione digitale. Perchè stavolta neanche la plasticosità tipica di questo tipo di animazione è presente, e sebbene la strada intrapresa per animare la figura umana sia la caricaturizzazione estrema vista ne Gli Incredibili, questa resa umoristica è mediata da un intenso gioco di luci e colori, e da una recitazione che definir realistica è dir poco. E l'effetto è grandioso in ogni scena, comunicativo al massimo, esteticamente appagante: gli improbabili nasoni vengono alleggeriti dalla mimica, dal realismo dei movimenti. E' il 3d che finalmente cessa di essere il freddo e imperfetto rimpiazzo del 2d ma una sua validissima alternativa, una tecnica finalmente equivalente e capace di di trasmettere emozioni, di dare una precisa identità stilistica ad un film, di non far rimpiangere più di tanto le aggraziate espressioni facciali tipiche dell'animazione tradizionale. E in tutto questo non si esime dal dare il suo personalissimo contributo la musica di Michael Giacchino, parigizzante al punto giusto e che a sorpresa inserisce dentro - pratica ormai inusitata! - una canzone, la dolcissima Le Festin, che come le care vecchie "canzoni della crescita" descrive il passar del tempo con toni delicati e assai sentiti.
E sebbene già si possa iniziare a parlare di Capolavoro a tre quarti del film, estasiati dalla caratterizzazione irresistibile di gente come Colette o Django, è con l'entrata in scena di Anton Ego che gli eventi precipitano e il terreno viene preparato per quello che è forse il finale più bello mai visto in un lungometraggio d'animazione. Tutto compartecipa per creare l'incanto, dal climax assolutamente impeccabile ed esaltante, che finisce per portare all'estremo il paradosso stesso del ratto in cucina, fino alla caduta di ogni ritegno, nella scena in cui un esercito di topi riesce a sopraffare addirittura l'ispettore dell'ufficio igene. Ed è proprio nel culmine dell'azione che il motivo del titolo verrà spiegato: un particolare gioco di luci, di recitazione, una rapida zoomata ed eccoci catapultati all'interno dell'intimo immaginario di Anton Ego, pronti a cambiare la nostra stessa ottica nei confronti del personaggio e seguirlo nel sentito monologo che conclude il film. Ego si fa portavoce dell'autentica morale di Ratatouille, e lo fa con il più umile mezzo a disposizione di un critico: la recensione. Spiegando il vero significato del motto di Gousteau, non una concezione sminuente dell'arte culinaria ma un invito al ricercare il genio anche nel contesto più umile, ricordando infatti che è la semplicità spesso e volentieri a stare alla base dell'opera più riuscita. Un finale tanto intelligente ed arguto, quanto ben girato, e valorizzato quindi da un sapientissimo utilizzo del mezzo cinematografico. E non finisce qui, perchè è solo dopo tutto questo che verremo veramente a conoscenza del sorprendente esito della vicenda, nei poeticissimi pochi minuti finali della pellicola che ci traghetteranno verso i bizzarri titoli di coda, vero e proprio omaggio all'animazione tradizionale.
E' difficile dopo tutto questo pensare di poter far meglio. Certo, Brad Bird, si conferma grazie a Ratatouille come il miglior regista di film animati del nuovo secolo, un'autentica rivelazione, capace di sincretizzare scuole assai distanti, fondendole in un'opera unica che probabilmente mostra la strada per il futuro dell'animazione. Non sappiamo se le sue acrobazie da istrione della regìa faranno effettivamente scuola in futuro, fattostà che al momento abbiamo finalmente avuto un primo assaggio di opera che mette finalmente d'accordo tutti, pubblico, critica, e spettatori di ogni età, sesso e nazionalità. Perchè, come insegnava Walt Disney, l'alta qualità è l'unico autentico linguaggio universale e assoluto.

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giovedì 4 ottobre 2012

Stu - Anche un Alieno Può Sbagliare (Lifted)



Anno 2007

fonte: la tana del sollazzo
Abbinato a Ratatouille e diretto da Gary Ridstorm, tecnico del suono Pixar, Lifted è stato definito da alcuni poco innovativo. Forse è anche vero, ma ciò non toglie che sia IL cortometraggio perfetto, almeno per quanto riguarda lo stile che la Pixar ha adottato finora nei suoi cortometraggi. Anzi direi che lo humor slapstick, visto fino a questo momento, trova qui la sua celebrazione massima, il suo punto d'arrivo in un corto che fa della causa-effetto, delle gag fisiche e della coordinazione tra musica, effetti sonori e animazione una vera e propria scienza. La scienza del tempo comico, del ritmo. Seguiamo una sorta di esame per alieni in cui il povero Stu è costretto a dimostrare come rapire un essere umano, e ovviamente questo dà luogo a un'infinità di gag basate proprio sugli effetti disastrosi del raggio traente. La musica è ancora una volta di Giacchino che confeziona un tema davvero d'atmosfera e assolutamente epico, pronto a venir interrotto bruscamente e malamente ogni volta che accade una gag inaspettata. Probabilmente il motivo di tanta finezza nel trattare le varie azioni-reazioni sta proprio nel fatto che Gary sa bene come lavorare con i suoni, come disporli in modo da ottenere gli effetti comici desiderati, ed è un vero esperto di tempistiche. Un vero capolavoro.

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