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lunedì 17 agosto 2015
Bambi 2 - Bambi e il Grande Principe della Foresta (Bambi 2 - Bambi and the Great Prince of the Forest)
Anno 2006
fonte: la tana del sollazzo
E' con Bambi 2 che i Toon Studios fanno il passo definitivo, consegnando alla storia dell'animazione la loro perla migliore e assumendo così definitivamente una propria dignità artistica. Una consacrazione implicita e assolutamente meritata, dal momento che il film è da considerarsi l'apice di un percorso creativo che li ha visti partire dallo squallore grafico di film come Il Ritorno di Jafar, passare attraverso prodotti più validi come Estremamente Pippo, e infine approdare al livello infinitamente superiore di titoli come Il Re Leone 3 e Lilo & Stitch 2. Ma è con questo film che avviene il vero riscatto, che sottintende una deliziosa presa di posizione artistica nei confronti dell'animazione moderna, sempre più monotona ed esclusivamente 3d. Bambi 2 ha infatti visto la partecipazione nientemeno che del grande Andreas Deja, animatore di Scar, Jafar e di tanti altri personaggi dei classici disney. Deja è considerato un eroe della resistenza, che non ha gradito il definitivo passaggio al 3d e ha preferito lasciare la Disney Feature Animation per passare ai Toon Studios. Un animatore di punta che sceglie di stare in panchina non è cosa da poco, tuttavia Deja ha pensato che portando la propria arte in un settore "plebeo" come quello dei commercialissimi sequel da cassetta, sia lui che gli studios ne avrebbero beneficiato. In particolare è apprezzabilissimo il suo sforzo per trasformare una mera manovra commerciale in una riuscitissima "operazione nostalgia" .
Il suo apporto si vede subito: Bambi 2, coi suoi fondali artistici, è visivamente quanto di meglio sia mai passato su grande schermo dai tempi di Koda Fratello Orso. Niente stilizzazioni, nessuna economia cromatica ma lo stesso naturalismo sfrenato del classico del '42. Non sono da meno le animazioni dei singoli personaggi, in particolar modo quelle, assai curate, dei protagonisti, che contribuiscono a dare al film quel feeling retrò che lo caratterizza. Gli unici elementi che riportano lo spettatore alla realtà sono una considerevole quantità di parlato, quasi assente nel classico, e l'atteggiamento di Tamburino, un po' troppo sopra le righe e quindi "moderno". Nonostante questo, l'operazione nostalgia riesce eccome, un vero peccato quindi che in patria la Disney abbia non abbia destinato il prodotto agli schermi cinematografici, rendendolo così un meno significativo direct-to-video e penalizzandone la splendida resa cinematografica.
La storia è molto semplice e simbolica, quindi assolutamente classica e adatta a un pubblico trasversale, come del resto era quella di Bambi. Il romanzo di Felix Salten viene qui ulteriormente indagato: si tratta infatti di un midquel di lusso che ha luogo subito dopo la morte della madre, e che racconta l'adolescenza del giovane principe, una fase che nel primo fim era stata saltata per mezzo di un'ellissi assai eloquente. La trama, ancora una volta di formazione, è incentrata quindi sulle grandi tematiche della crescita, della superazione della fase materna e del successivo rimpiazzamento col rapporto paterno, fatto di emulazione e frustrazione. Bambi 2 non aggiunge molto al predecessore, semmai approfondisce e completa quanto già detto, prendendo in prestito alcuni elementi da Il Re Leone, che a suo tempo si era ispirato non poco a Bambi, e chiudendo così idealmente il cerchio.
Non particolarmente memorabili, ma funzionali e d'atmosfera le quattro canzoni scritte per il film. Sono solo due tuttavia quelle che si sentono nel corso del film: There is Life, che ne costituisce la naturalistica overtoure, e First Sign of Spring, pezzo centrale e "canzone della crescita" del rapporto tra Il Principe e Bambi. Le altre due, Show Me (How the World Looks Through Your Eyes) e The Healing of a Heart invece si sentono esclusivamente nei titoli di coda. Il commento musicale è tuttavia ben più significativo e comprende brani strumentali in perfetto stile anni '40 che molto donano alle atmosfere anche grazie alla frequente ripresa di Love is a Song, Little April Shower, Let's Sing a Gay Little Spring Song e altri temi del primo film. Su tutti però spicca il tema principale, che si sente spesso e che si pone idealmente nella linea continuativa iniziata da Churchill sessant'anni fa. (...)
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BluRay - Bambi 2
domenica 5 luglio 2015
Red e Toby 2 Nemiciamici (The Fox and the Hound 2)
Anno 2006
lungometraggio direct to video
fonte: la tana del sollazzo
(...)
Red & Toby 2 Nemiciamici altro non è che una breve avventura di un paio di giorni, vissuta dai due cuccioli nel periodo di gioventù passato insieme. La moda dei midquel ha ormai preso definitivamente piede, e d'altronde non è facile per uno studio adibito a questo genere di produzioni, trovare uno straccio di buco dove poter raccontare una storia nuova. Si fa quel che si può, e quando non si può si fa lo stesso. Anche raccontare una storiella di cani, ambientata in una fantomatica fiera autunnale, che tratta temi assolutamente avulsi dal mondo del film originale. Vabbè, si parla di amicizia generica, ma il colpo di genio del raccontare una storia di rapporti che mutano crescendo, non viene ripetuto. Si parla invece di Toby e del suo incontro, alla fiera, con una banda di can-tanti, con tanto di problemi nella formazione, minacciata dalle manie di divismo della più spocchiosa di loro. Una storia di cani, insomma, che altro non è che una rielaborazione del genere di film che tanto andava in voga negli anni 80. Una rielaborazione in stile Toon Studios comunque, visto che le tematiche divistiche e dell'unirsi a un gruppo di randagi erano già state viste in Lilli e il Vagabondo 2 e La Carica dei 101 II. E, duole dirlo, ma entrambi quei sequel avevano ben altro spessore: Red e Toby 2 invece, assai più debole, fa del deja-vu la sua ragione d'esistere visto che più o meno tutti i personaggi nuovi presenti sono la scoppiaz..citazione di qualcosa. Si va dalle comparse (mi è sembrato di vedere tra la folla l'elefantessa Dolores!) ai personaggi principali, come il gruppo di cani, che rimandano ad Oliver & co. Il loro leader è simile a Dodger, la voce femminile è invece la copia esatta e ai limiti del plagio di Georgette, il loro capo è una sottospecie di Fagin. I due cani di sfondo invece hanno un che di Fiocco e Rocco da Koda Fratello Orso, mentre la cagnaccia vecchia è sicuramente una citazione a Nonna Ben, l'arzilla vecchina protagonista del capolavoro di Jeff Smith Bone. Graficamente è proprio il suo corrispettivo animalesco, e anche il nome, Nonna Rose, la richiama. Peccato per la brutta abitudine che ha di ruttare sempre, tormentone che non fa affatto ridere e che è chiaramente preso di peso da una certa recente tradizione. Un citazionismo che maschera una certa mancanza di idee o una valvola di sfogo per poter mettere del proprio in un tipo di produzioni pilotate dall'alto? In qualsiasi caso, la cosa non dà poi troppo fastidio, e sicuramente a togliere punti al film è più che altro lo scarso mordente dell'insieme. Alcune trovate buone ci sono, nei numeri musicali specialmente, ma sono pur sempre messe al servizio di una trama banalotta. Si ha quasi l'impressione che Red e Toby centrino poco col contesto, e che si sarebbe potuto costruirequalcosa di migliore se ci si fosse slegati da quel contesto. Contesto che già di per sè è poco presente, visto il risicato ruolo di Amos Slade, della Tweed e del Vecchio Fiuto, e vista l'assoluta e inspiegabile assenza di Grandma, Cippi e Sbuccia. Solo Ugo il Bruco riesce a sopravvivere, seppur indirettamente, visto che vengono conferite le sue fattezze ad un altro personaggio, una cavalletta che i due cuccioli rincorrono.
Venendo al comparto grafico, la differenza di budget rispetto alle ultime suntuose produzioni è ben evidente nella scena iniziale color autunno-epilettico, che sembra colorata con paint e in cui si vedono due cuccioli che non hanno molto a che spartire con i modelli originali, date le loro posture e espressioni "gommose". Fortunatamente però, passata la prima scena, la qualità migliora notevolmente, per raggiungere un buon livello poi. La cosa strana è che la cura sembra essere stata riposta tutta nell'animazione di questi nuovi personaggi, tratteggiando in maniera piuttosto mediocre i due giovani protagonisti, e finendo per acuire quella sensazione di "pesci fuor d'acqua" che dà il veder scorrazzare Red e Toby sulle giostre di una fiera. Anche la colorazione andando avanti migliora, e i colori diventano meno accesi e più sfumati.
A ricordarci che stiamo pur sempre vedendo un film di Red e Toby interviene la musica country, con un set di canzoni che si fanno piacevolmente ascoltare, pur non rimanendo impresse nella memoria anche a causa dell'adattamente poco curato. Si comincia con Friends For Life, presente nell'overtoure epilettica di cui sopra, e si prosegue con la filastrocchesca We're In Harmony, la canzone della band di cani, che per gli umani consiste in un coro di ululati ma alle orecchie di Toby acquista senso e parole, un espediente molto carino. Al centro del film si situano i due numeri migliori, Hound Dude e Good Doggie, No Bone! che illustrano pregi e difetti dello star system, sia pur in versione canina. Blue Beyond è una banalissima e scontata canzone"della crisi", mentre il finale We Go Together, con tanto di siparietti tra Amos e la Tweed, , è abbastanza efficace e in definitiva un'idea graziosa per concludere il tutto in modo giocoso, e allo stesso tempo tenere conto dei foschi presagi di un tetro futuro incombente. Nei credits è presente l'anonima You Know I Will che si becca anche il videoclip nei contenuti speciali. Contenuti che includono oltre a un Making Of delle musiche e un gioco inutile, pure il bel cortometraggio Goofy & Wilbur, che nel Treasure di Pippo è purtroppo sprovvisto di credits completi.
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DVD - Red e Toby 2 - Nemiciamici
Koda, Fratello Orso 2 (Brother Bear 2)
Anno 2006
lungometraggio direct to video
fonte: la tana del sollazzo
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Koda Fratello Orso 2 si inserisce assieme al Re Leone 3, Lilo & Stitch 2 e Bambi 2 nel pantheon dei sequel di migliore fattura. E non si può dire che la vicinanza temporale dal classico di riferimento non abbia giovato, visto che gli animatori hanno potuto disporre di tutti i modelli e delle voci originali col risultato che finalmente i personaggi sono davvero loro, non delle controfigure abilmente camuffate come spesso capita vedendo sequel moderni di grandi classici del passato. La storia segue i destini incrociati del novello orso Kenai, che passa i suoi giorni a giocherellare col fratellino Koda, e dell'umana Nita alla quale gli Spiriti impediscono di celebrare il proprio matrimonio a causa di un patto stretto da bambina con l'allora umano Kenai. Il reincontrarsi dei due li pone davanti alla malinconicissima tematica del tempo che cambia i rapporti e sfalda le amicizie d'infanzia, tematica che stava alla base dello splendido Red & Toby Nemiciamici. Senza dubbio un film malinconico, che però porta avanti coerentemente lo spirito del primo film arricchendolo di una dimensione assente nel classico, quella sentimentale. Un sequel più che riuscito quindi, che sebbene racconti una vicenda dall'esito prevedibile, lo fa a regola d'arte, avvalendosi di una sceneggiatura ottima, e priva dei difettucci che paradossalmente aveva quella del classico originale. Qui i ritmi sono azzeccati, i climax gestiti a meraviglia, le sequenze geometricamente organizzate e nei titoli di coda non ci sono sciocche gag a sminuire il bellissimo finale a effetto.
Una nota stonata è la mancanza degli umani del primo film come Denhai, lo spirito di Sitka e la vecchia Tanana, rimpiazzata dalla sciamana della tribù di Nita. Però gli alci ci sono e la loro presenza è assai massiccia nella campagna pubblicitaria di lancio del dvd, una delle operazioni di marketing più truffaldine che la storia ricordi. A partire dai trailer che mostrano le silhouette di Fiocco e Rocco che commentano le scene del primo film (ricorda niente?), per arrivare agli slogan sulla cover che promettono Risate Sfrenate. Ma la cosa peggiore è la descrizione sul retro della fascetta che proclama il ritorno di Fiocco e Rocco e non ci sono solo loro ma anche Kenai e Koda. Insomma, si è cercato in tutti i modi di rifilare questo film come un prodotto in stile Madagascar o L'Era Glaciale. La realtà è invece ben diversa, e i toni sono sempre un po' tristi benchè gli alci, che continuano a non essere granchè inseriti nella storia, non manchino ma portino avanti una sottotrama sentimentale tutta loro e nel finale abbiano un momento di gloria.
Una particolarità di Koda Fratello Orso 2 sta nelle citazioni/analogie che sparse per tutto il film ricordano non poco alcune situazioni viste nei classici passati. Le scene in cui Nita si prepara per il matrimonio sembrano prese di peso da Mulan, mentre il suo dialogo col padre ricorda Pocahontas. Abbiamo poi un Kenai incastrato in un buco come nelle Avventure di Winnie the Pooh, una battaglia frenetica tra i rami degli alberi contro un esercito di procioni che ricordano la scimmie inferocite di Tarzan e non manca infine una spruzzatina di La Bella e la Bestia.
Il comparto grafico è spettacolare, e ha ben poco da invidiare al classico. Sebbene alcune (rare) imperfezioni ci siano e la mimesi non raggiunga i livelli indistinguibili di Lilo & Stitch 2, si può dire di essere davanti ad un prodotto con ben poche pecche.
Fondali ottimi, colorazione di buon livello e animazioni davvero ben fatte. Niente cinemascope questa volta, il formato è puramente widescreen per tutta la durata, ma ovviamente è la scelta migliore per un prodotto destinato all'home video.
E poi c'è la colonna sonora: tre canzoni fuoricampo, due delle quali composte da Melissa Etheridge che si situano in tre punti strategici: Welcome to This Day è l'overtoure con cui si apre il film e mostra i giorni di Kenai e Koda trascorsi in piena spensieratezza. Feels Like Home è invece una canzone della crescita che racconta parte del viaggio di Kenai e Nita, mentre It Will Be Me è la terza e ultima canzone posta durante la crisi poco prima del finale. Strano che a differenza di Tarzan 2 qui non si sia scelto di richiamare in servizio Phil Collins, ma le tre canzoni funzionano più che bene e avranno tutte modo di ritornare più avanti nel film, la prima con un reprise finale e le altre due durante i titoli di coda.
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DVD - Koda Fratello Orso 2
sabato 8 novembre 2014
Leroy & Stitch (Leroy & Stitch)
Anno 2006
fonte: la tana del sollazzo
Se si esclude Winnie the Pooh, ormai un vero e proprio brand, non si può che attribuire a Lilo & Stitch il titolo di classico Disney più sequelizzato di tutti i tempi. Con al suo attivo ben quattro lungometraggi, un cortometraggio e una serie televisiva, la saga è oggi giunta definitivamente al capolinea. Dopo il sequel "sentimentale" firmato dai Toon Studios, rimaneva da chiudere l'arco narrativo pokèmoniano, di sicuro maggiormente improntato all'azione ma anche più plebeo, visto che l'artefice è la Disney Television. Se Provaci Ancora Stitch! era da considerarsi l'ideale pilot sella serie televisiva, Leroy & Stitch ne rappresenta il finale. Uscito l'anno scorso negli USA inizialmente come Disney Channel Original Movie, e successivamente distribuito in dvd, è adesso giunto pure in Italia, e con notevole ritardo rispetto alle tempistiche dei suoi più illustri cuginetti firmati Toon Studios. Qui la qualità è ovviamente inferiore a quella dei sequel veri e propri, per quanto alcuni miglioramenti rispetto a Provaci Ancora Stitch e rispettiva serie tv si notino. L'animazione e il disegno sono infatti scarsi, anche se un gradino sopra la media televisiva, ma per quanto riguarda fondali, colori, luci, integrazioni in computer grafica, insomma tutto quanto circonda i personaggi è ineccepibile e viene da sospettare che abbiano riciclato i fondali direttamente dal classico. Insomma, sicuramente è più elegante e gradevole alla vista di Provaci Ancora Stitch, pur rimanendo negli standard che ben conosciamo.
Venendo poi alla storia, sono rimasto impressionato abbastanza positivamente. Perchè salvo un paio di facilonerie (di cui una nella battaglia finale), si potebbe dire che Leroy & Stitch rappresenti un gran bel finale, che qualsiasi serie televisiva si sognerebbe. Se il pilot aveva mostrato la liberazione dei 625 esperimenti e l'inizio della missione, la serie aveva mantenuto lo scenario quasi intatto limitando la caccia agli esperimenti (uno a episodio) a coincidenze fortuite e occasionali. Una continuity assai vaga, quindi, che con la scusa dell'impossibilità di produrre 625 episodi di una serie televisiva, si è sempre permessa di mostrare soltanto gli esperimenti più interessanti. La situazione di partenza di questo lungometraggio è però la conclusione della missione, tutti gli esperimenti sono stati trovati e rieducati ed è giunto il momento per Lilo, Stitch, Jumba e Preackley di apparire al cospetto dell'anziana presidentessa dell'Alleanza Galattica per riceverne gli onori. Poco importa che non ci siano stati mostrati tutti, lo si potrà fare magari in futuro, qualora alla Disney saltasse in testa di riesumare la serie (ipotesi improbabilissima). Fattostà che dopo una solenne introduzione, si passa ai sentimenti. E' il momento degli addii, e per Stitch, Jumba e Preackley si prospetta un futuro lontani da Kawaii, con tutti gli scombussolamenti che questo comporterebbe nella vita della famiglia allargata. E questo è atipico per la Disney Television, che ha sempre cercato di supplire alla carenza di grafica con storie puramente d'azione. Qui invece la sceneggiatura, la regia, i ritmi stessi del film, per quanto prevedano una buona dose di sparatorie e inseguimenti, sono assai più bilanciati, e non fanno sembrare Leroy & Sttich soltanto un episodio lungo della serie tv, ma un lungometraggio con una sua dignità.
Poi ovviamente l'azione arriva in concomitanza con l'evasione di Hamsterville, aiutato da Gantu, e la creazione di Leroy, vero e proprio Stitch-come-inizialmente-doveva-essere. I destini dei personaggi torneranno a incrociarsi, lasciando però ancora una volta in ombra Nani e David, relegati a sporadiche apparizioni già nella serie televisiva. In compenso i fan della serie potranno esaltarsi non poco visto che frequentissimamente avranno modo di apparire i vecchi esperimenti, ognuno calato nel contesto attribuitogli nel rispettivo episodio, fino a giungere al gran combattimento finale che li coinvolgerà più o meno tutti (e che rivelerà il vero aspetto citazionoso di alcuni di loro). Esperimenti a parte, va detto che un ruolo di primo piano lo giocheranno anche personaggi già conosciuti, come Gantu o 625, che andranno incontro a una loro personale evoluzione, magari un po' scontata, ma che ben si addice al clima di rimpatriata generale appaga-nerd che predomina lungo tutto il film. Peccato che in tutto questo si sia scelto di omettere proprio Cobra Bubbles, il quale viene solo nominato di sfuggita e non prende direttamente parte alla guerra dei Leroy. Una mancanza che si sarebbe potuta facilmente evitare. Ma per un cosa che manca, ecco un elemento del tutto nuovo, assente in Provaci Ancora Stitch, e nella maggior parte dei lavori Disney Television: i brani musicali. Leroy & Stitch ha infatti un'ottima colonna sonora che, esattamente come nel classico, fonde alla perfezione musiche hawaiiane e canzoni di Elvis Presley, mettendo del nuovo e ripescando dal vecchio (è il caso di molti brani strumentali di Alan Silvestri, qui reinseriti). Il tema principale della serie televisiva Aloa E Komo Mai è presente per ben due volte, la prima in versione strumentale durante la panoramica degli esperimenti con cui si apre il film, la seconda volta come vero e proprio brano cantato che accompagna la cernita che Lilo fa dei cugini di Stitch. Anche Aloa Oe è presente per due volte, la prima volta cantata direttamente da Elvis, la seconda da tutti gli esperimenti. Un altra canzone di Elvis è presente, diegeticamente, quando Jumba tornato nel suo laboratorio (che per fortuna è identico a come si vede in Lilo & Stitch 2!) ascolta il disco regalatogli da Lilo: si tratta di I'm So Lonesome I Could Cry e accompagna la triste panoramica degli amici separati. C'è poi la strumentale Haway Five-O Time che segue Leroy durante la cattura degli esperimenti, e Jailhouse Rock che a film finito commenta il destino dei cattivi, poco prima e durante i credits. Credits che oltre a Don't Be Cruel (non cantata da Elvis) offre una chicca per i fan della serie: la lista completa di tutti i seicentoventisei esperimenti. Si tratta di una veloce striscia di testo che accompagna i credits fino alla fine e che non presenta immagini ma soltanto i loro presunti nomi di battesimo, quindi non si può dire che si siano sbattuti a crearli tutti e seicentoventisei, ma è ad ogni modo una buona cosa, perchè indice di una certa coerenza.
Il lungometraggio è adesso disponibile in un'edizione dvd priva di extra decenti: un giochetto che SI BLOCCA mentre lo giochi, e Link un episodio della serie tv preso a casaccio. Sarebbe stata gradita magari un'enciclopedia degli esperimenti, o qualcosa di più sostanzioso visto ciò che il film vuole essere. In definitiva non si può certo dire che Leroy & Stitch sia un capolavoro, ma non è certo una schifezza, e anche se è ovviamente meno bello di Lilo & Stitch 2 ha un suo perchè, anzi da questo punto di vista supera di gran lunga il film dei Toon Studios, i quali non sono mai stati dei veri draghi per quanto riguarda le trame. Il netto miglioramento della Disney Television lascia invece ben sperare per il futuro, visto che con i Toon Studios fuori uso (o impiegati in progetti differenti quali i film di Fairies e Topolino) è a loro che toccherà prendere in mano i personaggi dei classici qualora venissero loro dedicate serie tv coi relativi pilot.
Wikipedia
IMDB
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DVD - Leroy & Stitch
giovedì 6 novembre 2014
Uno Zoo in Fuga (The Wild)
Anno 2006
fonte: la tana del sollazzo
Era in lavorazione da anni. Da troppi anni a quanto pare visto che la Dreamworks bel bella ha avuto il tempo di produrne a tempo record un clone. E fosse stata la prima volta, anzi in questi anni non è uscito da quegli studi di animazione un solo film che per tematiche o ambientazione non abbia il suo corrispettivo Disney o Pixar. Come sia iniziata questa corsa allo scoppiazzamento non è dato saperlo, come non è dato sapere se nel 100% dei casi la colpa sia della Dreamworks (anche se è quasi sicuramente così). L'unica cosa certa è che mai come in questo caso la somiglianza si era rivelata così dannosa per l'originale tanto da farlo sembrare già visto e quasi inferiore. Ma dico appunto sembrare perchè non c'è alcun dubbio che Uno Zoo in Fuga sia un prodotto, per quanto non eccezionale, assai più curato di quel trionfo di superficialità che era Madagascar. Il prodotto Dreamworks, con la sua trama esile e del tutto votata all'umorismo facile era infatti un inno al cinema d'animazione disimpegnato degli ultimi tempi, ma aveva dalla sua una grafica frizzante e carica d'appeal che stilizzava i perosnaggi rendendoli senza alcun dubbio più gradevoli a vedersi dei pupazzoni fotorealistici della Disney. O Per meglio dire della C.O.R.E. Feature Animation (Toronto), visto che il film è stato prodotto in uno studio esterno alla Disney Feature Animation. Intendiamoci, sempre di un Disney si tratta, The Wild è stato infatti progettato, scritto e sceneggiato dalla Disney per poi venir sbolognato ai C.O.R.E. Studios per la realizzazione delle animazioni, addirittura tra i soggettisti è presente Kevin Lima, già regista di In Viaggio con Pippo e Tarzan. Niente a che vedere quindi con prodotti quali Valiant della Vanguard o i film dello Studio Ghibli, che la Disney distribuisce soltanto e non in tutti i paesi. E non si tratta neanche di una pratica del tutto nuova, visto che già in passato la Disney era ricorsa ad animatori esterni per portare a termini progetti di cui non poteva occuparsi in prima persona a causa del troppo lavoro (la Silly Simphony Merbabies (1938) e il mediometraggio Winnie the Pooh and a Day for Eeyore (1983) ne sono un esempio). Il perchè di questo passaggio di consegne non è del tutto chiaro, anche se si può facilmente immaginare che il trauma causato da Eisner col passaggio al 3d e la conversione di tutti i vecchi progetti abbia causato non pochi disagi agli studios, incapaci di lavorare a Chicken Little e Meet the Robinsons contemporaneamente a The Wild. L'ipotesi più accreditata però è che la Disney stesse cercando un partner che potesse rimpiazzare la Pixar, in procinto di andarsene dopo la fine del precedente contratto e i dissapori che nel frattempo alcuni membri del consiglio d'amministrazione, Eisner in testa, stavano alimentando. Tutti problemi attualmente risolti, con la fusione Disney/Pixar e il ritorno del 2d, rimane però questo strascico eisneriano fatto di film geneticamente modificati, snaturati nei contenuti e maldestramente pasticciati che vedono in Chicken Little l'ideale esponente.
Non si sa se la scelta di realizzare un The Wild fotorealistico sia stata spontanea o un'estrema contromisura per differenziarsi da Madagascar, fattostà che è questo il principale difetto del film. Più passa il tempo più il 3d mostra i suoi limiti: il suo relativo realismo adatto per film come Cars o Monsters & Co., si rivela una falla quando si tratta di realizzare soggetti più familiari, come esseri umani o animali domestici. La sensazione di plasticoso, di finto, di cadaverico tipica di film come Polar Express è stata aggirata da Pixar con le deliziose caricature de Gli Incredibili. Il fotorealismo va bene quindi per i filmati dei videogiochi, ma esteticamente parlando è un grosso handicap per un film d'animazione, un handicap che lo mette sullo stesso piano dei film live-action facendogli fare magre figure. Quando poi il film in questione non vuole neanche prendersi troppo sul serio ecco che il fotorealismo diventa un suicidio. E' il caso di Uno Zoo in Fuga, penalizzato proprio dallo stridìo che dà vedere accostati soggetti realistici e dialoghi al limite del demenziale. E ci rimette la recitazione, la mimica, l'immediatezza e l'espressività tipica di ogni prodotto Disney che si rispetti.
Al di là di questi forti handicap non si può non rimanere piacevolmente sorpresi dall'incipit di Uno Zoo in Fuga che presenta una splendida sequenza in cui il protagonista, il leone Samson racconta al figlioletto Ryan le sue prodezze di gioventù nella savana. Lo stile usato per quella sequenza è ottimo, assai stilizzato e colorato in modo particolarissimo tanto da sembrare un caro vecchio film in 2d (e alcuni particolari che ornano il logo Walt Disney Pictures nell'originalissima introduzione sono indiscutibilmente disegnati). E fa una certa rabbia assistere alla fine di tale sequenza e venir di colpo scaraventati in un universo 3d in cui gli animali sembrano dei giganteschi peluche e gli esseri umani vengono mostrati sempre e solo di spalle. Ma tutto sommato lo sconcerto passa subito perchè il film dalle prime battute rivela una certa anima che mancava in Madagascar. Come in Chicken Little è il rapporto padre e figlio a costituire la spina dorsale del film, trattato in modo forse un po' ingenuo ma che non potrà non ricordare le due fonti d'ispirazione primarie ovvero Alla Ricerca di Nemo e Il Re Leone. Dal primo, The Wild preleva il pretesto per innescare l'azione ovvero la missione di soccorso di un padre che tra mille sensi di colpa cerca di salvare il figlio, messosi nei guai dopo un litigio, dal Re Leone, The Wild preleva...ehm..tutto. Oltre ad avere i leoni come protagonisti e la savana come setting della maggior parte del film è impossibile non notare la miriade di citazioni/scoppiazzamenti di cui il film è cosparso: dal manifesto del musical teatrale ostentato in più di una scena newyorkese alle continue inquadrature di personaggi aggrappati a rupi con gli artigli, alle cariche di gnu, fino ad arrivare ai due migliori amici di Ryan, un cangurino e un ippopotamo che sembrano la brutta copia di Timon & Pumbaa e che ripropongono il già di per sé odioso tormentone delle tartarughe di Nemo.
Dopo un inizio piuttosto interessante il film inizia già a perdere i colpi con la sequenza dello zoo in notturna, che dovrebbe servire a presentare i personaggi e l'ambientazione a suon di gag ma finisce per risultare confusionario. Le battute si accavallano tra di loro, i personaggi passano velocissimamente senza che lo spettatore riesca a rendersene bene conto e il senso di caos infastidisce non poco. Insomma, se volevano riproporre il feeling da "mondo che si risveglia" direi che non ci sono riusciti e fino alla fine della scena del tartacurling ritmi e tempi comici decenti non sono che un'utopia. Inizia poi la fase avventurosa con il viaggio attraverso New York alla ricerca di Ryan e poi per mare, e i personaggi hanno finalmente modo di farsi notare e apprezzare. A una Littizzetto troppo invasiva nel ruolo della giraffa Bridget si contrappongono le caratterizzazioni assai più riuscite dello scoiattolo Benny, innamorato di lei e migliore amico di Samson, e la spiccata personalità del Koala Nigel. Assolutamente irrilevante quando non irritante è il serpente Larry, qui unicamente nel ruolo dello scemo da usare come attrezzo. Questa altalena qualitativa contagia anche i personaggi incontrati occasionalmente durante il viaggio e se i piccioni lasciano non poco a desiderare, di ben altro tenore è la scena coi coccodrilli, riusciti oserei dire ottimamente. Ma è quando si arriva in Africa che il film finalmente ingrana grazie alla buonissima idea della setta di gnu intenzionata a scalare la catena alimentare a costo di andare contro natura. Il rovesciamento di ruolo rispetto ai leoni, le imboscate delle truppe di gnu, le verità sul passato di Samson che vengono finalmente a galla, contribuiscono a costruireper The Wild ciò che Madagascar non aveva: un finale. Mentre il serraglio Dreamworks una volta giunto alla meta si ritrovava senza molto da fare, trascinando stancamente il film per un'altra mezz'ora, qui di cose ne avvengono eccome e sebbene anche qui ci siano trovate umoristiche fuori luogo (lo scoiattolo isterico alla toilette), il morale dello spettatore si solleva alquanto anche grazie ai camaleonti agenti segreti e agli espressivissimi gnu, a cui la CGI dona non poco. Non poteva mancare ovviamente il solito finale coreografico, ormai tratto distintivo di questa generazione di film animati, come anche le gag cosparse lungo i titoli di coda. Gag che in questo caso falliscono nel tentativo di bissare la gradevolezza di Nemo, dal momento che si vede troppo che altro non sono che animazioni scartate o addirittura riciclate dallo stesso film.
Pur non iscrivendosi nella gloriosa tradizione dei musical Disneyani, Uno Zoo in Fuga ha al suo interno alcune canzoni, che si sentono per alcuni minuti, e vengono lasciate quasi sempre in inglese. Le prime canzoni a sentirsi sono Clocks e Lovin' You, semplici sottofondi meramente funzionali alla scena del risveglio notturno dello zoo e infatti i personaggi ci parlano sopra creando il famoso caos di inizio film. La prima canzone a sentirsi per intero è invece Good Enough che esprime il complesso d'inferiorità di Ryan nei confronti del padre. Big Time Boppin' accompagna gli animali per le strade di New York, mentre Real Nice Day è l'unica canzone intradiegetica, inno degli gnu e come tale tradotta in italiano e recuparata per il gran finale. Ci sono poi Bolly Boom Boom Bogie e Der Fluschen Flaschen ascoltabili per pochi secondi e la canzone dei titoli di coda, Real Wild Child. Niente di impressionante, se si escludono la canzone di Ryan molto carina e quella degli gnu, assai orecchiabile.
Ecco in definitiva quello che è The Wild, il prodotto di una Disney che snatura sé stessa, ma che in definitiva, scava scava, è capace di offrire ancora qualcosa di più della concorrenza. Non tutti però hanno la pazienza di scavare o di far caso alle piccole finezze, men che meno la fascia di pubblico a cui questo tipo di prodotti, ahimè, si rivolgono, a cui è indubbiamente più adatto un Madagascar.
Pubblicato in:
DVD - Uno Zoo in Fuga
venerdì 7 febbraio 2014
La Piccola Fiammiferaia (The Little Matchgirl)
Anno 2006
fonte: la tana del sollazzo
Dei quattro corti realizzati per proseguire il progetto musicale di Roy, La Piccola Fiammiferaia è sicuramente è il più tradizionale di tutti, visto che è l'unico che si basa sulla musica classica, e più nello specifico sulle note di un concerto d'archi di Alexander Borodin. Il regista è il caro vecchio Roger Allers (Il Re Leone), e nei credits compare la crema della crema della Walt Disney Feature Animation da Roy Disney ad Andreas Deja passando per Don Hahn. La storia è di quelle che poteva esser raccontata solo con un adeguato commento musicale, visto che è lasciata in tutto e per tutto come nell'originale: un meraviglioso viaggio mentale di sei minuti in cui una bambina povera, nell'ultima notte della sua vita prima di morire assiderata, sogna di ricongiungersi con la nonna, come accadeva anni prima a Natale. Detto così è agghiacciante, e verrebbe da chiedersi che fine ha fatto la Disney del lieto fine arguto. Bè qui non c'è, e piuttosto che modificare la storia, si è preferito raccontarla con molto trasporto ed emozione, raggiungendo il culmine nel finale, dove la poesia raggiunge un livello sublime. E poi c'è la delicatezza della protagonista, una bambina semplice, espressiva quanto basta per lasciarsi andare a sorrisi nei momenti più felici delle sue fantasticherie. Il tutto raccontato con un'animazione più Disneyana che mai, con una colorazione che più evocativa non ci può (i toni freddi della Russia innevata contro i colori caldi della casetta della nonna) e con una qualità che mi auguro non abbia bisogno di presentazioni. Bè, credo che si possa parlare di capolavoro.
La Piccola Fiammiferaia fu l'ultimo ad uscire del gruppo di corti archiviati e venne inserito come extra dell'edizione platinum de La Sirenetta, mandando letteralmente in visibilio il fandom che reduce da una crisi nera stava aspettando da tempo un segnale da parte della Disney. Questo corto fu il simbolo che il passato non era stato dimenticato e che presto, grazie alla nuova gestione Lasseter, l'animazione tradizionale, le fiabe e il sentimento sarebbero tornati alla Walt Disney Feature Animation.
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sabato 6 ottobre 2012
Cars - Motori Ruggenti (Cars)
Anno 2006
7° lungometraggio Pixar
fonte: la tana del sollazzo
Doveva essere l'ultimo film della storica accoppiata Disney/Pixar. Doveva ma fortunatamente così non è stato, dal momento che, come ben si sa, al giorno d'oggi la Pixar è il reparto che alla Disney si occupa del lavoro sporco: continuare la serie di film 3d che la Feature non è stata (fortunatamente) capace di emulare. Ad ognuno il suo quindi, ed è un bene che la Feature Animation e i Pixar Animation Studios d'ora in poi si spartiscano il lavoro a seconda delle competenze specifiche per rendere di nuovo illustre la cara vecchia etichettona che dal 1928 regala sogni a mezzo mondo. Ma sta di fatto che per avere Cars ci è toccato penare non poco dal momento che il film, pronto ormai da tempo era stato curiosamente ritardato e posposto ai vari Chicken Little e The Wild, nell'ottica di allontanare il più possibile il giorno del distacco e prendere il tempo necessario a portare a buon fine le trattative per riavvicinare la Pixar. Ma ecco finalmente la nuova opera di John Lasseter che lontano ormai dalla regia da ben tre film torna a reclamare quel che è suo, cercando questa volta, un po' per capriccio, un po' per sfida, di antropomorfizzare le automobili. E già questa cosa potrebbe sembrare un bel passo indietro dal momento che il cinema d'animazione attuale non offre che commediole in CGI che focalizzano di volta in volta su un micro (o macro) universo. E sebbene si fosse usciti dal seminato con l'atipico e assai coraggioso Gli Incredibili, ecco la Pixar tornare sui suoi passi per riprendere in mano lo scettro e ricordarci con fierezza che il genere l'ha inventato lei ed è sicuramente la casa d'animazione maggiormente capace di gestirlo. Ecco quindi macchine parlare in gergo, usando i soliti termini tecnici che fungono da analogie col mondo umano e masticare le solite battute relative alla loro condizione. Il solito cliché quindi, che però Pixar ovviamente applica meglio di chiunque altro con il solito gusto, il solito garbo e la solita impareggiabile finezza. Insomma, è tutto impeccabilmente solito...anzi no. Per la prima volta nella storia della Pixar il mondo preso in esame non è il nostro, in cui i giocattoli, gli animali o i mostri si muovono complementarmente all'uomo ma una Terra alternativa, popolata interamente da macchine e in cui l'uomo è del tutto assente. Uno stratagemma notevole, che cambia le carte in tavola e facilita non poco il lavoro ai soggettisti visto che adesso non devono fare i conti con l'ingombrante umanità che detta legge sulla volontà di muoversi del mezzo. Ma è uno stratagemma che non funziona perfettamente perchè si scontra dopo poco col nonsense un po' forzato che vede le macchine vivere in un mondo pur sempre pensato a misura d'uomo. E' come se gli uomini avessero lasciato il mondo alle macchine e se ne fossero andati, lasciando comunque le strutture com'erano. Certo, la presenza di elicotteri e aerei oltre alle automobili può suggerire che la meccanizzazione globale non si limiti ai veicoli, ma la stessa presenza di mucche-trattori e maggiolini-insetti e il continuo riprendere elementi del nostro mondo come la route 66, creano quello stridìo che rovina parzialmente la sospensione d'incredulità che invece c'era nei vari Toy Story e Monsters & Co. e oserei dire persino nel totalmente meccanizzato mondo di Robots.
Niente di irreparabile però perchè il film non si prende poi troppo sul serio e sposta su ben altro la propria attenzione, come ad esempio una grafica meravigliosa che oltre che agli effetti atmosferici conferisce un certo appeal anche ai personaggi (cosa che dopo film come Polar Express o Zeta la Formica non era neanche più così ovvia). Certo è che il lavoro maggiore l'hanno fatto gli animatori della cara vecchia scuola Disneyana che già nel '43 erano al lavoro sul processo di antropomorfizzazione dei veicoli realizzando quel gioiello di design che era Pedro di Saludos Amigos, passando per il piccolo rimorchiatore de Lo Scrigno delle Sette Perle per trovare poi il suo apice nel cortometraggio Susie, the Little Blue Coupé. E proprio qui che gli animatori della Pixar sono andati a pescare riproponendo il medesimo stile grafico che vuole che sia il parabrezza anzichè i fanali a rappresentare gli occhi della vettura. Saetta McQueen e i suoi amici altro non sono che la riproposizione in 3d dei modelli di automobile visti in quel cortometraggio del '52, inspiegabilmente assente dalla raccolta Disney Rarities messa insieme da Leonard Maltin. E l'uomo in quel cortometraggio non solo c'era ma era anche il principale responsabile delle sventure di Susie. Certo è che qui il punto focale è un altro e se si fosse insistito sull'uso e l'abuso che gli umani fanno dell'automobile avremmo forse avuto un clone di Toy Story. Questo è un film che consiste della sua stessa morale, non offre altro che quella e soprattutto ha una sua particolarissima struttura volta a suggerirla intuitivamente. Il film segue infatti il percorso di redenzione del giovane e avventato Saetta McQueen, un'auto da corsa smargiassa e superficiale per cui nella vita l'unica cosa che conta è vincere la Piston Cup e diventare il testimonial della Dinoco, la stessa marca di benzina che chi ha visto Toy Story ricorderà. L'inizio del film ha ritmi sincopati, uno humor veloce fatto di battute che si colgono alla velocità della luce e che ben ricordano la tendenza in voga nel cinema d'animazione odierno. Poi tutto cambia quando Saetta contro la sua volontà si ritroverà confinato a Radiator Spring, un villaggio un tempo collocato lungo la Route 66, e adesso tagliato fuori dall'autostrada. E al cospetto di una realtà fatta di campagne e furgoncini hillbillies non è solo un riluttante Saetta a cambiare carattere suo malgrado ma pure il film stesso, la cui lunghezza viene ineditamente portata a due ore. Cars conosce così i tempi morti, una narrazione lenta, serafica, spesso e volentieri volutamente inconcludente fatta di tanti piccoli episodi perfettamente estrapolabili, che non fa altro che suggerire di continuo che non deve essere sempre la fretta a dominare le nostre azioni, ma che nella vita più che la meta conta il tragitto. Non si tratta certo del primo film che condanna l'arrivismo, tuttavia il concetto non era mai stato espresso in questo particolar modo. E emerge qui il lato sperimentale di Cars, tenuto oculatamente nascosto nella campagna pubblicitaria dietro le numerose battute di Luigi, Guido e Carl Attrezzi (personaggio che ricorda non poco Pippo). Un lato che però Lasseter aveva cercato di far emergere nelle interviste in cui dichiarava che il ritmo volutamente lento era un omaggio al maestro Hayao Miyazaki, a cui questo film era dedicato. E non si può dire che Hayao non abbia gradito, dal momento che per guardarlo ha fatto un'eccezione alla sua "regola" che gli vieta di vedere film che non siano suoi.
Per quanto riguarda la colonna sonora va segnalato che Randy Newman, dopo aver passato il testimone al fratello per Nemo e a Michael Gacchino per Gli Incredibili torna qui nel Pixar che più di ogni altro ne sacrifica il lato sinfonico relegandolo in mero contrasto country per scenari assai più pop. Cars contiene infatti delle canzoni. Sempre extradiegetiche, certo e non tradotte in italiano ma ne contiene, ed è il primo film Pixar dai tempi di ToyStory 2 ad averne all'infuori dei credits. Certo, la maggior parte sono brani pop/rock che si sentono durante le corse come Real Gone durante la gara iniziale, o Route 66. Ci sono poi Life Is A Highway, Behind The Clouds e soprattutto Our Town, che a differenza delle altre è una triste e romantica ballata che descrive la vita di Radiator Spring nei tempi che furono e la successiva decadenza della cittadina in nome del progresso. E' una sequenza tristissima che rivaleggia a pieno titolo con When She Loved Me, cantata da Jessie in Toy Story 2. Per concludere ci sono Sh-Boom, Route 66 e Find Yourself mentre My Heart Would Know è ascoltabile nei titoli di coda, che come spesso accade nei film di Miyazaki fanno da strascico al film, raccontandone gli sviluppi successivi. Poi si passa alla mitica scena del drive-in in cui si vedono le reintepretazioni in chiave automobilistica di Toy Story, A Bug's Life e Monsters & Co. e alla ormai consueta scena finale posta al termine di tutto. Il lato citazionistico Pixariano è qui infatti più vivo che mai e non risparmia i cortometraggi di cui alcuni elementi fanno capolino qua e là.
Uno spettacolo completo, specialmente se accostato al magnifico corto One Man Band, ma allo stesso tempo un film strano che qualcuno, vuoi per la durata, vuoi per le automobili, vuoi per la storia in sé potrebbe trovare indigesto. Un film codardo nel suo voler riproporre stilemi ormai abusati ma allo stesso tempo coraggioso per volerli proporre sotto una luce nuova. Un film senza dubbio molto personale, e non certo il migliore dei Pixar ma tutto sommato un film che non si può certo non definire riuscito, per gli obiettivi che aveva. E adesso ci mettiamo, non senza qualche riserva, ad attendere quel Ratatouille a cui dovrebbe a sua volta seguire il sequel delle avventure di Buzz e Woody, consci che anche nel peggiore dei suoi film molto difficilmente la Pixar scenderà sotto un certo livello. E per fortuna quel livello è piuttosto alto.
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The Leaping Lamp
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giovedì 4 ottobre 2012
Carl Attrezzi e la Luce Fantasma (Mater and the Ghostlight)
Anno 2006
fonte: la tana del sollazzo
Questo terzo corto spin-off presenta un minutaggio leggermente maggiore del solito (si aggira intorno ai sei minuti) e di conseguenza il corto presenta una sceneggiatura più varia e ricca di situazioni. Il protagonista è Carl Attrezzi che dà sfoggio di tutta la sua caratterizzazione hillbilly e, sguaiato più che mai, fa scherzi a tutta Radiator Spring. Tutta la sequenza musicale iniziale, sulle note di Behind the Clouds ce lo mostra mentre spaventa i vari personaggi di Cars, in una sequenza bella, rilassante e d'atmosfera. Poi la scena si sposta da Flo, alla stazione di rifornimento, dove le atmosfere ricalcano volutamente quelli di un film horror di serie zeta. E come in questo genere di film, dopo il raccontino fatto al bar da un superstizioso residente, poi c'è anche l'incontro col "mostro", che però si rivelerà essere una burla. Una seconda parte sicuramente più fiacca e con meno mordente che sa tanto di "chi la fa, l'aspetti", ma tutto sommato piacevole. Notevole che una volta giunto a maturazione il personaggio di Saetta, l'attenzione si sia già spostata sulla sua spalla, che ben presto avrà anche una sua serie di corti personale, di cui Mater and the Ghostlight potrebbe costituire una sorta di episodio zero.
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The Leaping Lamp
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One Man Band (One Man Band)
Anno 2006
fonte: la tana del sollazzo
E si ritorna alla cara vecchia mimica pixariana dopo la parentesi parlato/didascalica de L'Agnello Rimbalzello. Ed è un ritorno in grande stile, che mostra un evoluzione non da poco, nei gesti, nei cenni, nell'espressività che oscilla tra il credibile e il caricaturale. E caricatura è proprio la parola giusta visto che per la terza volta dopo Geri's Game e Gli Incredibili i protagonisti sono personaggi umani, e ben si sa qual'è la (lodevole) strada intrapresa da Pixar per aggirare il solito problema dalla figura umana in CGI. Gli umani di One Man Band non fanno eccezione, il loro essere estremamente irreali li personalizza e li rende simpatici pur non salvandoli da una certa plasticosità di fondo, fortunatamente non fastidiosa. L'ambientazione medioevaleggiante è resa benissimo con una scelta di luci e colori veramente d'atmosfera, per non parlare delle bellissime musiche di Giacchino, che diventa qui il compositore d'eccellenza Pixar anche per i corti. In quanto allo sviluppo della storia, non c'è da lamentarsi, data la narrazione di altissimo livello che vede due musicisti di strada fronteggiarsi per ricevere l'offerta di una bambina. Ultimo corto Pixar ad esser diventato Disney solo retroattivamente, in quanto abbinato a Cars, ultimo lungometraggio Pixar uscito prima della fusione societaria.
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The Leaping Lamp
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